Oh my God! I cannot believe you are here!” mi urla Patrick mentre sono in coda da Starbucks nella Raffles City Tower. “I saw you and I said I know that guy“. L’ultima volta che l’avevo incontrato, nel 2008, tra noi due si stendevano un paio di enormi bistecche della Chop House di Chicago e qualche bottiglia di Sam Adam, birra di Boston, ma anche apprezzata in Illinois.

Incontrare un amico che vive e lavora sulle sponde del Lago Michigan, mentre stai ordinando un venti-iced-latte-with-no-ice e un blueberry muffin fa sempre un certo effetto, soprattutto sull’addetta di Starbucks, che perde la concentrazione e l’ordine originale diventa un flat-white con un mozzarella-cheese-sandwich. Si, lo so, lavoriamo per la stessa azienda (io e Patrick, non io e la Starbucks, maledizione alle proposizioni subordinate e correlate), ma insieme ad altre 275mila persone: lui arriva da Manila e Bangkok e mercoledì se ne torna a Chicago, io invece domattina ho un fantastico red-eyes flight per Kuala Lumpur.

Mi era successo un’altra volta, una quindicina di anni fa, ad Atene. I taxi nella capitale ellenica erano un bene prezioso paragonabile alle costolette di brontosauro per il tyrannosaurus rex durante la glaciazione: oggi, forse, con la crisi che quei poveracci hanno, se li saran venduti ai vicini Albanesi (i taxi, come denotato dal plurale maschile di “venduti”, non le costolette di brontosauro: scusate lo sfoggio di coniugazione).

Trovare un taxi ad Atene che dalla zona dell’Acropolis ti porti infondo a Kifisias, in una giornata normale, può avere la stessa difficoltà statistica di fare una cinquina secca sulla ruota di Nuoro. In una giornata di pioggia invece possono passare ere geologiche e ti puoi trasformare in carburante per pompa di benzina prima che qualcuno ti raccatti, anche in condivisione.

Pioveva. Era venerdì. Dopo un’ora e mezza di attesa vana mi son piantato in mezzo alla strada e ho emulato lo studente che in piazza Tien An Men (Beijing) fermò una colonna di carri armati mettendocisi in piedi davanti. Inchioda la prima auto. Apre la portiera e scende il tizio che è alla guida.

Mau, che cazzo ci fai in mezzo alla strada“: Mauro, mio compagno di liceo e di devastazioni fisiche durante il periodo tardo adolescenziale. Anche lui ad Atene per lavoro. Stessa casualità che scoprire tre gemelle di Jennifer Lopez e fidanzarsi contemporaneamente con tutte quattro le sorelle (e non mi ci fate nemmeno pensare).

Mauro mi ha accompagnato in ufficio e la sera abbiamo cenato assieme al Pireo, da Diasimos che fa insaporire i polpi all’aria trafficata e inquinata prima di gettarli sulla brace e portarteli con una secchiata di triglie fritte.

Foto di stasera: dopo aver preso la metro in senso contrario mentre mi ostinavo a telefonare anche dalla stazione, dopo aver realizzato che andavo verso Hong-Kong e non in albergo, dopo che ho mollato la borsa col pc in camera, dopo che mi son ricordato che dovevo annullare un volo di domattina per Madrid (essendo io a Singapore, dovendo volare a KL e non avendo il dono dell’ubiquità), dopo che son risalito in camera, ho acceso il pc e spostato il volo, e dopo che sono ri-sceso per cenare, …. tre immagini dentro il Marina Mall.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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