The Art of The Brick“, L’Arte del Mattone, è in esposizione fino alla fine di Maggio allo Science and Art Museum di Marina Bay a Singapore. Ovvio che oggi, approfittando di buco nell’agenda, causato dalla cancellazione di un meeting, l’abbia visitato.

Sono le opere di Nathan Sawaya, artista NewYorkese, che realizza sculture a larga scala utilizzando esclusivamente i mattoncini della Lego. Nei suoi studi di New York e Los Angeles ha oltre due milioni e mezzo di pezzi, di ogni forma e colore, che, dal 2002, usa per realizzare i suoi soggetti. The Art of The Brick è la sua mostra itinerante, ma, su richiesta, realizza praticamente qualsiasi cosa, ovviamente assemblando i classici mattoncini nelle forme più inconsuete.

Ho un ricordo bellissimo dei Lego: mio padre me ne aveva regalato una scatola dei “basics” (gli unici che esistessero all’epoca) quando avevo 4 o 5 anni (stiamo parlando del 1964, sigh, un’era geologica fa), e mia madre mi aveva fatto costruire una bellissima scatola in legno con coperchio e con vari comparti dove potevo rimetterli in ordine. Ci ho giocato per ore e ore, per un periodo infinito: al contrario del “meccano” (sogno di qualsiasi futuro ingegnere), i mattoncini mi hanno accompagnato per anni.

I mattoni interbloccabili in plastica Lego vengono prodotti in Danimarca, dall’azienda creata da Ole Christianensen. Carpentiere, cominciò negli anni ’30 a costruire giocattoli in legno e il nome dell’azienda divenne una contrazione del danese “leg godt“, “gioca bene“. La Lego cominciò a produrre i mattoni nel 1949, modificando un brevetto inglese per poterlo adattare alle macchine da stampo ad iniezione.

Fino ai primi anni ’60 la produzione rimase legata ai pezzi base, ma poi cominciò ad integrarla con la possibilità di costruire giocattoli speciali o interi scenari con l’utilizzo di pezzi speciali: per i puristi, come me, questo è stato un crimine, ma il successo commerciale è stato imponente e planetario. Dura tutt’ora.

Si tentò anche un’operazione di merchandising su abbigliamento e altri accessori: mi ricordo che, quando lavoravo nei paesi scandinavi verso la fine degli anni ’90, avevo portato a Cami un accappatoio bellissimo, marchiato “Lego” che ha usato per anni!

Foto di oggi? La scorsa estate stavo pedalando per il centro di Montreal (ero letteralmente in giro in bicicletta) e ho trovato alcuni muri eretti con i vecchi mattoni che venivano fabbricati in una fornace ormai chiusa da anni. Gli operai mettevano ad essiccare i mattoni all’esterno ed era tipico vedere dei gatti passeggiarci sopra, lasciando le loro impronte, che poi venivano “cotte” e consegnate ai posteri: al centro se ne vede una ….

mattone


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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