Non sapremo mai contarli: Time Magazine dice siano 2.400, citando fonti della Croce Rossa che però valutano oltre 5.000 vittime in tutta la China, il governo ha ammesso 241 decessi. Fonti diplomatiche limitano a 186 il numero di morti solo a Beijing, ma, a causa della legge marziale, nessuno poteva lasciare le ambasciate per una verifica indipendente.

Il 4 Giugno 1989, in Piazza Tien An Men, nel centro di Beijing, difronte alle mura della Città Proibita dove ancora oggi il ritratto del Presidente Mao Tzen Dong guarda con occhi ispirati chi entra nella porta che ha visto generazioni di imperatori custodire la loro vita, la sanguinosa repressione per combattere la “rivolta contro-rivoluzionaria” ebbe inizio.

Le proteste erano cominciate in Aprile, guidate soprattutto dagli studenti dell’Università di Beijing, per onorare la memoria di Hu Yaobang, segretario generale del partito comunista chinese che, dopo aver tentato di guidare riforme liberali, era stato deposto.

Gli studenti chiedevano libertà di espressione e di stampa, azioni incisive contro il nepotismo e la corruzione nell’élite del partito: il numero di dimostranti assiepati nella piazza superava il milione, e, credetemi (l’ho attraversata decine di volte), è uno spazio realmente immenso ed emozionante.

Michail Gorbachev (che ho incontrato a Chicago, leggi qui), durante la sua visita a Beijing il 15 Maggio, dichiarò formalmente abbandonata la “Dottrina Brezhnev” a favore di una innovazione nella struttura sociale ed economica della cortina di ferro che ormai sembrava sempre più solo una marcia palizzata anacronistica. Non servì.

La protesta nella capitale accese prima decine poi centinaia di focolai di rivolta in tutto quello che un tempo era stato l’Impero Celeste, poi attraversato dalla lunga marcia. Le autorità del partito decretarono la legge marziale il 20 di Maggio e fecero confluire dalle provincie più lontane 300mila soldati.

Fu il massacro.

Sono stato molte volte a Beijing: l’ultima a Settembre dell’anno scorso, e ho scattato un po’ di immagini …

Beijing September 16


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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