È finita la settimana e io ci sono arrivato provato, poi l’idea che alle 8 di lunedì mattina il mio capo atterra qui da Shanghai, e si aspetta che io gli dica cose molto intelligenti per quasi tutta la giornata, mi sta rovinando in anticipo anche il weekend. Arrivo in albergo, doccia e mi sdraio un attimo a leggere il giornale.

Un’ora dopo mi sveglio più stordito di un facocero che galleggia in un barile di birra con un salvagente di LSD intorno al collo: tento nell’ora seguente di uscire e alimentarmi ma, al piano, manco 5 ascensori consecutivi perché il collegamento occhio-che-vede-ascensore-al-piano con impulso-movimento e con le gambe che dovrebbero spostarsi-in-direzione-indicata funziona come le ferrovie per pendolari italiani (“alla cazzo” quindi).

Ovvio abbia anche preso la scala mobile al contrario per scendere in metropolitana e solo per una infinitesima botta di culo sono salito sul treno nella giusta direzione: ovvio che per uscire dai tornelli alla fermata di Somerset Rd. abbia tentato ripetutamente di usare la lingua, tanto era felpata, al posto della tessera dell’abbonamento. È solo un caso che la macchina fotografica sia rimasta con me, fuso com’ero.

Pizza e birra in un troiaio pazzesco: la sindrome dello shopping da parte della popolazione locale il venerdì sera raggiunge livelli da vera paura. Almeno la pausa alimentare mi restituisce l’uso degli arti e di una parte del cervello un filo sopra il sistema nervoso simpatico. Decido di rientrare a piedi. 36 gradi, umido al 100,01%.

Parto, facocero solitario, in risalita della Orchard Road.

Dopo un centinaio di metri sento un rumore di ruscelli: inutile pensare a qualche trovata di un negozio o un tentativo di riaffrescare l’aria tipo la fontana nel Museo Dell’Uomo a Città del Messico (ci son stato oltre 20 anni fa, appena recupero le kodakrome 64 devo scrivere sopra qualcosa su quel giro). Sono i rivoli di sudore sotto le mie ascelle che creano cascatelle sui rotoli di lardo.

Noto che un tipo, che cammina a fianco a me, sta filmando il kilometro che sta facendo a piedi, in una sindrome da reality-show. Cazzo pensa poi, di rivederselo in 3D? La gente è strana.

Arrivo all’altezza di Scott Rd. e giro davanti al Marriott: lí stazionano ad ogni ora grappoli di prostitute filippine che tentano di offrire servizi di “conforto” ai clienti. Una sorta di fast-food del sesso a pagamento, discretamente al di fuori dei confini dell’albergo.

Ci passo davanti due o tre volte al giorno nel percorso albergo-metropolitana e noto i cambiamenti di turno e di abbigliamento. In tarda mattinata ci sono quelle che sembrano massaie uscite a fare la spesa, sostituite nel primo pomeriggio da signorine in canotta, pantaloncino e infradito. In prima serata l’abbigliamento si fa più aggressivo e il tacco si alza oltre i 10cm, lasciando comunque che gli standard antropometrici non ne consentano un’altezza oltre il metro e cinquanta. In nottata va l’abito con spacco vertiginoso (dall’ascella al tallone, 62 centimetri: rimangono sempre popolazioni veramente basse) e la scarpa a piattaforma petrolifera con luci di segnalazione.

Si muovono a coppie e scattano appena vedono un expatried. “Dove stai andando? Vieni con noi!” mi chiede una delle due. “A far che scusa?” rispondo soprappensiero e con disarmante sincerità, visto che, anche se non fossi contrario al sesso transattivo, togliermi i pantaloni sudati potrebbe richiedere un lottatore di sumo. Una alza gli occhi al cielo e le si legge nello sguardo “Ecchillò, proprio il pirla mi doveva capitare” (in filippino, ovvio). L’altra insiste “Dear, I really love you!“. “Ma dove l’hai letta questa battuta, in una tragedia di Eschilo?” le rispondo, facendole finalmente capire che non sono un potenziale cliente.

Attraverso e scatto 2 foto, la terza sono dei mocassini psichedelici che devo consigliare al Rudi per le sue serate a Beirut ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

4 Comment on “Il Facocero sull’Orchidea

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