Beh, parafrasando una celebre battuta del film 300 sull’avventure di Leonida alle Termopili, potrei dire “This is Mau!“: ho raggiunto la ragguardevole cifra di 500 post sul blog, e per festeggiare mi son regalato una mezza giornata di ferie, andando in giro per Milano a scattare qualche immagine, con l’idea di muovermi solo con i vecchi tram della serie “Carrozza 1928“.

Partito da Piazza V Giornate ho incontrato, dopo un paio di fermate, Aisha.

Originaria dell’interno del Marocco, il suo villaggio è in una valle del Adrar n Dern (“il Monte dei Monti”), nella catena dell’Atlante: da oltre 15 anni in Italia, parla con un delizioso mix di accento veneto su base berbera (come pensare al baccalà alla Vicentina nel cous-cous), e vive facendo la fruttivendola ambulante. Gentile, ride alle mie battute e si fa fotografare senza imbarazzo, mentre mi parla delle difficoltà nella concorrenza tra piccoli negozianti e ambulanti, schiacciati dalla grande distribuzione.

Poco più avanti Antonio si lamenta che l’hanno quasi investito sulle strisce pedonali: in un mix alcolico di bestemmie e imprecazioni si attacca ripetutamente alla sua damigianetta di Trebbiano, commentando la tragedia sfiorata, e non preoccupato per i suoi arti ma per il rischio corso di aver potuto rompere il vetro e perdere la sua larga dose di oblio. Passa il tram e saluta se stesso nel riflesso del vetro, dicendomi “quello lì lo conosco” con un alito metilico.

E ancora ho incontrato chi, indossando una maglietta con una celebre frase di Chatwin, ne ha corretto la traduzione che presentava un errore di ortografia e ci siamo messi a ridere parlando di un “rammendo ortografico“. Un padre in gita con la figlia per Milano, con strette in mano mappe, opuscoli e biglietti, doveva raggiungere la stazione di Lambrate, che mi chiedeva se esistessero ancora rullini di pellicola per la macchina fotografica che stavo usando. Ho parlato di birra in Viale Premuda, scoprendo un piccolo posto che ha oltre 200 etichette in assortimento.

Qualche scatto ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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