Da ormai un paio d’anni soffro di una fascite plantare, grazie all’aver corso per diverse settimane con delle scarpe sbagliate e aver trascurato mesi dopo mesi i segnali di dolore: ultimamente la cosa si è aggravata e sto affrontandola seriamente. Ieri, dopo aver passato buona parte della giornata vestito da bravo bambino con un serioso completo grigio, camicia e cravatta (che non si fa per guadagnarsi il pane quotidiano e un corpo macchina M nuovo), e soprattutto su delle belle scarpe inglesi da rispettabile businessman, zoppicavo.

Lo so, stretching, anti-infiammatori e massaggio locale per migliorare l’irrorazione e risolvere il problema: in un salmodiare di bestemmioni e lamentele ho avuto la geniale idea di ricorrere anche a un “foot massage” sul quale, in oriente, hanno costruito una disciplina medica. Mi son avviato (zoppicando) verso la mall a fianco dell’albergo, alla ricerca di un “foot reflexology massage” rispettabile.

L’aggettivo “rispettabile” non è casuale: malgrado la prostituzione sia formalmente illegale a Singapore, è comunque praticata attraverso un buon numero di bordelli a Geylang, nelle shopping mall da “mall-hookers” (che al contrario delle “street-hookers” che passeggiano in strada, queste aspettano i clienti nei centri commerciali), e in molti “centri massaggi” di copertura. Nessuna valutazione morale, credetemi: non volevo solo cadere in imbarazzanti equivoci e trovarmi dinnanzi ad una ragazza che mi dicesse “si, si, te lo massaggio io adesso il tuo allucione, ammmorrrrrreeeee“.

Al quarto piano ho trovato una vetrina con due immagini ad altezza parete dei piedi e un’indicazione precisa su dove, a ogni zona della pianta, si facesse corrispondere uno specificano organo interno: mi sono affacciato e ho visto la classica batteria di poltrone con appoggia-piedi.

Una famiglia indiana si stava facendo massaggiare i piedi: lui sulla sessantina abbondante, con una vistosa parrucca nera alla Elvis Presley, la moglie coetanea con un sari arcobaleno che sembrava uscito dall’ultimo gay pride a San Francisco, e la figlia direi cinquantenne che continuava a polemizzare sui tempi del trattamento. Dall’altro lato una batteria di uomini e donne chinesi si stava occupando delle loro estremità, scambiandosi battute in cantonese: avevo trovato il posto giusto.

Ho aspettato una decina di minuti e poi un tipo dall’aria minacciosa si è impadronito dei miei piedi: con la forza e la delicatezza di un maniscalco che piega a mano i ferri di cavallo ha cominciato il suo trattamento. Penso mi abbia detto in cantonese “Vieni giù dal soffitto” quando ho tentato di sottrarmi alla sua tortura: aveva tenaglie al posto delle dita e si è adoperato per una buona mezz’ora senza farsi impietosire dai miei ululati di dolore e i miei tentativi di fuggire alla sua brutalità.

Il mestiere lo conosce, con due gesti e qualche parola in inglese mi ha confermato che sapeva cosa mi affliggesse e poi deve aver aggiunto che il dolore è la strada verso la vita eterna, perché ho chiuso gli occhi per meglio concentrarmi sul bestemmione che mi è partito quando si è impadronito del tallone. Quando ha abbandonato il sinistro per passare, con la stessa coscienziosità di un macellaio, sul destro ho avuto qualche secondo di apnea prima di rituffarmi nell’oblio di una sequela di “ahi, ohio, uh, ahaia-cazzo, aihaihaih”.

Con onestà giornalistica devo dire che il trattamento mi ha fatto bene e, da vero tossico, lo replico domani sera.

Non ho manco tirato fuori la macchina fotografica ieri, la giornata è stata densissima: riallacciandomi però alle foto scattate in tram a Milano la scorsa settimana, e con il payoff “tutto il mondo è paese” ho recuperato questa immagine presa a Luglio nella metro di Singapore. Vi prego di notare il dettaglio della tipa che sta facendo un video-game (quarta da destra): nella foga usa anche gli alluci per guidare il suo pupazzetto a distruggere birillini ….

mrt


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

8 Comment on “Sono andato da un maniscalco

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