Un click, e improvvisamente si sono accese le luci del ricordo. È stato Stefano a darmi un accenno con una sua mail: “mi ricordo tu che intervistavi la cantante degli Henry Cow, Dagmar Krause, per Canale96, dentro il camion dove praticamente vivevano, con quei paralumi che portavano sul palcoscenico durante i loro concerti“.

Mi sono tornate agli occhi le immagini.

Le ore di una chiacchierata a casa di Demetrio Stratos, il cantante degli Area, gli strampalati discorsi che Sun Ra faceva sulla sua Arkestra nel retro del teatro Ciak in Città Studi dopo un suo concerto, l’incontro di una decina di minuti con Frank Zappa nel sotterraneo dello stadio di Zurigo. Ho rivisto gli occhialini di Antony Braxton mentre suonava il suo sassofono e la casa di Parigi di Steve Lacy dove per un’ora, seduti per terra, l’ho fatto parlare di musica e di poesia.

Ho rivisto Carla Bley che suonava il piano con una bottiglia di gin accanto, Charlie Mingus che pizzicava il suo contrabbasso e Ornette Coleman che insegnava a tutti cosa fosse il free-jazz. I  calzini degli Henry Cow, e l’avanguardia degli Etron Fou Leloublan. I Police dentro il Palalido, e Iggy Pop seminudo che si arrampicava sulle amplificazioni, mentre cantava “I am a passenger , And I ride and I ride. I ride through the city’s backside, I see the stars come out of the sky“.

Ho passato oltre 5 intensi anni a seguire quotidianamente la mia passione musicale, mettendola a disposizione di un paio di radio della sinistra militante: i ricordi sono veramente esplosi come una bomba a grappolo. Ho cominciato a sentire la musica riaffiorare: prima non sono riuscito a darle un contorno definito, ma poi è diventata più chiara, come la “Fanfara per i Guerrieri”.

L’Art Ensemble of Chicago stava suonando dentro la mia testa e le note di Odwalla (dal loro disco Bap Tizum) diventavano sempre più chiare. Il quintetto (due sassofoni, tromba, contrabbasso e percussioni: Mitchell, Jarman, Bowie, Favors and Moye) è forse stata la mia più bella esperienza musicale di sempre, e vedere Lester Bowie alla tromba che indossava il suo camice bianco, contornato dagli altri componenti con le facce dipinte di colori ancestrali di guerra è qualcosa che non posso dimenticare nella decina di loro concerti cui ho assistito.

Ho chiuso gli occhi e ho cominciato, sottovoce a cantare “My head is like a yoyo …..”

La foto sotto, scattata domenica in Mohamed Sultan St., ovvio, non c’entra proprio nulla. Sorry, ma in questi giorni proprio non ho tempo manco di respirare.

SIN02122014

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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