Si, lo ammetto, sono stato affascinato dai taxi di Tokyo.

Macchine grandi e comode, pulite. I conducenti sono molto discreti nei loro dialoghi: si limitano ad annuire per il fatto che hanno compreso la destinazione. Attivano il tassametro immediatamente. Ti danno un resto millimetrico e la ricevuta. Altro mondo.

Quello che però mi ha incuriosito è l’apertura e la chiusura della porta, comandata dal conducente. Vedi la gente che scende, lasciando tranquillamente la porta spalancata. Io stesso ho avuto un attimo di imbarazzo e la tentazione di dare una manata per chiuderla è stata forte.

Lasciamo l’egida dei taxi per qualche prima impressione a 12 ore dall’atterraggio in terra Nipponica.

Silenzio. Il silenzio è continuo, costante. La gente, semmai dovesse parlare, lo fa a bassa voce, con rare eccezioni guidate dal sakè. Le auto non usano il clacson, e non hanno radio punzi-zump-punzi-zump che inquinano acusticamente. I negozi non trasmettono musica. Il rumore è sostituito da inchini continui e ripetuti che segnalano il rispettoso saluto dell’uno fino alla sparizione all’orizzonte dell’altro. Il silenzio è anche assenza di cromatismo: molto è grigio in varie sfumature, e non esistono cartelloni pubblicitari. Le stesse insegne al neon, per quanto ho visto finora, vengono confinate in specifiche aree di ristoranti e locali.

Mascherine. Gran parte delle persone le indossa, continuamente e costantemente. Non sono tentato di mettermela: quando, qualche settimana fa, quando son finito in ospedale con il timore di una influenza , me ne hanno infilato una, avevo una sensazione simile al water-boarding gestito dai gentili colleghi della CIA.

Convergenza. Come nei paesi arabi la stragrande maggioranza della popolazione maschile ha i piedi a papera, qui le fanciulle che si muovono su tacchi e sanno farlo sono una forte minoranza: la maggior parte incrocia le punte o traballa alla salute della caviglia tanto che secondo me fare l’ortopedico qui è il modo più veloce di diventare ricchi.

Sushi.  Stasera siamo andati a cena in un blasonato ristorante che dovrebbe servire uno dei migliori sushi di Tokyo, sicuramente di Shinjoku. Malgrado l’abitudine e il gusto esperto, il sapore è tangibilmente differente e più “pescoso”. La Cami mi ha sputato in faccia il suo green tea dalle risate, quando le ho detto a fine pasto “Mi sembra di aver baciato una muggine per tutta la sera, e non è una bella sensazione“.

Foto? Ovvio, gente a Tokyo …

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

17 Comment on “Una porta che si apre

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