We all are magut

Sono arrivati, emergendo come samurai nella bruma dell’alba, preannunciati dallo squillo del citofono portato al livello del dolore fisico e da un mantra ancestrale “Pota, Pota, Pota”.  Armati di teli di plastica e scotch di carta, bidoni di tempera, pennelli e pennellesse, rulli e quant’altro la professione dell’imbianchino possa richiedere, si sono palesati alla mia porta in netto anticipo sull’orario stabilito.

Il commento di Cami, notoriamente non-mattiniera e che sta studiando le terzine, è stato “Cazzo babbo, idee proprio del cazzo che hai, cazzo!“, dimostrando una padronanza della metrica al cui confronto uno scaricatore di porto è clusterizzabile nello stesso insieme dei boy-scout e dei chierichetti.

Uno squadrone di Cosacchi a cavallo è nulla al confronto della matematica efficienza orobica dei due che fanno del bianco il loro mestiere: ho operato la scelta strategica di preparare in anticipo quanto mi era possibile (leggi post di ieri) e questo ha pagato. Le due camere e una mano in corridoio sono smarcati: domani i due bagni, living room e cucina. Poi alla bisogna Venerdì finiscono cosa non sono riusciti a chiudere nei due giorni precedenti, pota né!

Del resto, che giorno più adatto nel quale celebrare sarcasticamente il colore bianco di questo: il 2 Giugno 1964, esattamente 50 anni fa, dopo oltre un decennio di battaglie sui diritti civili e dopo un iter parlamentare veramente complesso e contraddittorio,  il Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson firmava il Civil Right Act, ponendo fine a quasi tre secoli di segregazione razziale negli USA.

L’Act, presentato un anno prima, l’11 Giugno 1963 da John F. Kennedy (poi assassinato a Dallas nel Novembre del 1963), vietò la discriminazione nelle strutture pubbliche, nelle scuole, nelle elezioni, sui posti di lavoro. Da quel giorno un nero e un bianco erano, davanti alla legge, uguali. Per sradicare invece l’odio e l’ignoranza razzista, ci sono voluti altri 50 anni, e temo ce ne vorranno ancora molti.

Foto? Mau’s place nel troiaio più inverecondo, e qui il fish-eye si imponeva, mi dispiace …..

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10 commenti

  1. Bella la citazione della Merini che – dato l’arredamento 😉 – suppongo stia nella stanza della Cami.
    E poi, guarda, non c’è come la strategia del preparar tutto con calma, la sera prima, che poi fa star tranquilli 😮 !
    Bella la tua casa.
    Pota.

    1. Si, stanza della Cami e si è scelta lei l’Alda mentre era a Sydney a studiare … dando in outsourcing a casa la realizzazione 🙂

      1. E ora, quelle belle parole andranno perdute nel tempo come lacrime nella pioggia, sotto il rullo implacabile del magut!! 😦

      2. nah! dopo tutta la fatica per reclutare una tipa all’Accademia che le dipingesse a mano, in caso venda la casa mi porto dietro il pezzo di muro, credimi!

        Abbiamo scontornato e tutto quel pezzo di parete non viene dipinto … del resto il muro della Merini è un riferimento troppo edotto per essere ignorato, no?

  2. Come si suol dire, tutto è bene quel che finisce bene.
    Certo, c’è ancora venerdì. Ma, pota!
    Fai pure sapere alla Cami che la metrica audace è stata fantastica, cazzo.

    1. Cazzo!

      In cuffia: Paint it Black (con ovvio sarcasmo nel riferimento)

  3. Oggi il “gancio” storico lo lancio io…. Tu sei troppo occupato con il traduttore di google: bergamasco-Italiano, italiano-bergamasco.
    Il termine “magüt”, dall’abbreviazione utilizzata nei libri mastri della “Veneranda Fabbrica del Duomo” di Milano per registrare la specialità delle maestranze. Gli elenchi contenevano i “magister” censiti per tipo di specializzazioni – nel tuo caso magister dealbator-oris – e i nominativi successivi al primo erano seguiti dall’abbreviazione latina “mag. ut”, ovvero “maestro come sopra”.
    La Fabbrica del Duomo gestisce sin dal 1387 la fondazione, costruzione, gestione e, viste le tempistiche, anche il restauro del Duomo di Milano, tenuto conto che per concludere la costruzione del Duomo, come lo conosciamo oggi, ci sono voluti circa 400 anni, si arriva alla locuzione milanese: “me par la fabbrica del dom”.

    1. Respect!

      In ossequio alla tua dotta citazione ti invito a leggere una precedente puntata della mia relazione con i Maestri Orobici: https://vitavissuta.wordpress.com/2013/10/03/magut-rules/

      1. Fantastico….
        A leggere la parte politica di costume, malgrado fossero passati pochi mesi, ho avuto un mancamento crono-dissociativo, manco fossi affetto da alzheimere.
        Ti invidio comunque la puntualità delle maestranze.
        Io dal canto mio ho la prova certa che il moto perpetuo esiste. Mettere in sequenza lavorativa il muratore, l’idraulico, l’elettricista e poi di nuovo il muratore, l’intonachista, ecc. ti fa capire che la ristrutturazione di una casa può essere misurata in ere geologiche.

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