Janny mi porta sul Bund e passiamo il vecchio Rowing Club e la sua prima piscina costruita a fianco del Consolato Inglese nel 1870, fino a prendere il Wabaidu Bridge (il Ponte del Giardino, riferendosi originariamente a quello del consolato): questo era il confine nell’era coloniale tra la Concessione Inglese e quella Francese. Godendo di una sorta di extraterritorialità il ponte è stato teatro di decine di omicidi, confidando che nessuna delle due polizie e tantomeno quella della China imperiale avessero la gana di perseguirli.

La densità di coppie che stanno realizzando gli album fotografici del loro matrimonio qui è costante, e il rosso è l’abito da sposa decisamente più gettonato: due ragazzi si trascinano sull’attraversamento pedonale, rischiando la pelle a ogni giro per farsi documentare in uno scatto meno consueto dei soliti a capolino tra le travi in acciaio del Waibadu.

Entriamo nell’Astor Hotel.

Costruito nella seconda metà del 1800, l’Astor è stato per decenni quello che per Singapore era il Raffles: punto di ritrovo per i viaggiatori internazionali e isola di cultura britannica nel mondo cinese: ha ospitato da Bertrand Russell ad Albert Einstein a Charlie Chaplin, da Chiang Kai-shek a Guglielmo Marconi e ancora oggi (dopo il rinnovamento del 2002) si può chiedere di dormire nelle stanze occupate da loro quasi un secolo fa. Ma non sono qui per questo, almeno non per quest’ala dell’hotel oggi destinazione di lusso per chi è invaghito dello stile retrò.

L’Astor ha avuto alterne vicende a partire dai primi del ‘900 con numerosi cambi di proprietà, di gestione e continui rinnovamenti (nel 1912 annunciò di essere il primo albergo in China a offrire acqua calda 24 ore su 24). Il forte declino iniziato durante la Seconda Guerra Mondiale si concretizzò quando, il 27 Maggio 1949, l’Esercito di Liberazione del Popolo entrò a Shanghai vincendo la guerra contro le truppe lealiste: nel ristorante del salone principale Chiang Kai-shek consumò l’ultima sua cena in territorio Mainland China, prima di riparare a Taiwan.

Il 19 Aprile 1954 l’hotel fu confiscato e assegnato a dormitorio per il popolo lavoratore. Negli anni successivi alcune aree vennero riaperte (l’albergo è un complesso di 4 palazzi interconnessi in vari modi), ma solo nel 2002 cominciarono i lavori per riportare il palazzo che sorge sul Bund, difronte all’Ambasciata Russa, al suo antico splendore.

La storia dell’Astor di oggi però non mi ha interessato: sono invece salito per le vecchie scale tarlate della parte che è rimasta abitazioni private, dove tutte le stanze sono diventate appartamenti per famiglie, per anziani. Con le cucine nei corridoi, con i vecchi ascensori diventati deposito di biciclette che non faranno mai più girare i raggi. Con una vita silenziosa, con dei panni stesi, con le pentole del wok che friggono.

Salgo i cinque piani sentendo solo lo scricchiolio del legno sotto i miei piedi: un secolo e mezzo di storia. Passo tra le porte, alcune delle quali ancora con i vecchi numeri. Passo tra panni stesi, pentole, catini, fornelli a gas, lavandini, mobili. Attraverso i lunghi corridoi con la luce che illumina pezzi di vita. Passo tra la vita della gente, in silenzio.

Un’anziana è alla finestra, nell’atrio del piano. Mi sorride. Le scatto una foto: ci invita nella sua camera, vuole sapere da dove vengo, ha la genuina semplice curiosità delle persone sole. Si chiama May Chai e vive da oltre 50 dei suoi 88 anni nella stanza 116.

Le prometto che le farò avere la fotografia, mentre Janny ci fa da interprete e May Chai ci offre una tazza di tea verde, raccontandomi la sua vita dentro l’Astor House Hotel.

Foto? The Astor House Portrait, uno dei più bei momenti di vita ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

13 Comment on “The Astor House Portrait

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