Ground Floor.

Lui è un anglosassone, direi sulla cinquantina passata. Probabilmente un “oil&gas” worker. Lei asiatica, una ventina d’anni di meno. Se ne vedono spesso di coppie di questo genere in giro per il mondo: persone che non hanno avuto il tempo di costruirsi una vita nel corso dei loro turni, un mese nel campo e quattro settimane dissociate in qualche altro angolo del globo che si possa far finta di chiamar “casa”. Poi più che “coppia” ci si trova nella necessità di una reciproca convenzione che porti avanti la vita di entrambi, con un concetto di “famiglia” che non trova alcuna traduzione se non l’inglese lingua franca degli espatried a vita.

Third Floor.

Lei è medio-orientale, probabilmente di quella lingua di terra che unisce Jerush’Alaim ad Aleppo e che non ha conosciuto un periodo di quiete senza guerra o bombe per più di tre anni di seguito negli ultimi cinquanta. Ricordo che, una vita fa, mi sono seduto su un muretto a secco nella Valle della Beekha e un contadino mi ha detto “Mahrahba” (benvenuto) e mi ha offerto delle carote e dei pomodori con un po’ d’olio. “Salham saddiki” (pace, amico) gli avevo risposto): gli ho scattato una foto con una Nikon FE usata, che non potevo permettermi altro, e un vecchio 50mm. Il Kodachrome è da qualche parte in cantina, insieme a un candelabro in controluce dentro una sinagoga di Bethlem e un falco che atterra sul balcone di un albergo del lungomare di Beirut prima che l’intero quartiere saltasse in aria.

Twelfth Floor.

La bambina entra con dei pattini rosa. Mi guarda e ride. Parla con la mamma, in Amharic, la lingua semitica che ti permette di comunicare in Ethiopia. Gran casino di lingua, dove le consonanti vengono unite a vocali tronche, creando due secchiate di fonemi che nella scrittura possono risultare ostiche, mentre nella dizione semplicemente impossibili. Ho parlato qualche anno fa con un avvocato di Abbis Ababa e la chiave di volta di una difficile conversazione è stato fermati per un attimo e chiedergli del caffè e della bevanda a base di miele fermentato che viene offerta agli ospiti della tribù.

Seventeenth Floor.

Filippino, Security. Alcune professioni qui sono monopolio delle caste di emigranti, un po’ come succedeva a New York oltre un centinaio di anni fa, con tutti i poliziotti di origine Irlandese, risultato di una emigrazione forzata dalla fame. Si mette vicinissimo alla porta, faccia a terra e schiaccia il pulsante di chiusura delle porte: gli dico “Salamhata” per ringraziarlo della cortesia e mi guarda con un divertito stupore, rispondendomi con un sorriso.

Twenty-fourth Floor.

La ventiquattresima dinastia di Faraoni, con Tefnakht Primo che cercò l’alleanza dei Regni del Delta del Nilo per conquistare l’Alto Egitto, attraendo l’attenzione del Re dei Nubi Piye, che ne tracciò la storia in una stele. Il piano nel quale vive un Italiano che appena uscito dall’ascensore si ricorda con una sonora e articolata bestemmia di essersi dimenticato il telefono in macchina e che deve riaccendere a prenderlo.

Foto? Che si vede adesso da queste parti, e lo so che è notte ma non ho fatto in tempo a scattare manco un fotogramma oggi  …

al reem

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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