Conosco Jack da forse oltre 10 anni: per arrivare al suo banco bisogna lasciarsi la fermata di Little India alle spalle, attraversare tutto il Tekka Market, superare Serangood Road e infilarsi sotto i porticati coloniali arancioni che nascondono al sole e alle piogge monsoniche una serie di ristoranti dove con $3 (meno di 2 euro) fai un pasto completo mescolando cucina Malay, Indiana, Chinese e Indonesiana.

Mi vede e mi abbraccia, i suoi occhi e il suo alito ti fanno subito sentire quale sia la sua passione: “Sei sempre un gran amico di Daniel, eh Jack” gli dico, facendo specifico riferimento al suo veleno preferito, il bourbon Jack Daniel’s che con la sua etichetta nera sulla bottiglia quadrata lo accompagna ormai da molti anni.

Jack è il mio fornitore planetario di sciarpe pashmina: ci siamo stati simpatici fin dal primo minuto, quando con onestà mi ha detto “Si, Mau, io ti frego, ma ti frego con onestà: ti vendo un prodotto che a me costa dieci volte meno, ma è comunque ben fatto e realmente di seta e cachemire. Lo puoi lavare e non perde il colore. Trama e ordito tengono senza strapparsi in pochi giorni“.

Bisogna anche dire che, dalle iniziali contrattazioni siamo arrivati, da qualche anno a questa parte, a lasciar fare a me il prezzo: si fida della mia onestà e accetta una sorta di baratto con l’equivalenza di 5 sciarpe al valore di una bottiglia di whisky commerciale. Forse gli fa solo piacere che io passi a trovarlo, scherzi con lui e dichiari ad alta voce che sia il più bravo commerciante di tutta Singapore.

Parliamo un po’ dei vecchi tempi, lamenta “Oggi con le pashmina non ce la faccio più a vivere, c’è troppa concorrenza e buttano sul mercato robaccia contraffatta“, e se parla lui della contraffazione c’è da essere ironici: adesso si serve da importatori del nord dell’India e del Bangladesh, ma una volta qualsiasi marchio era un suo articolo.

Siamo arrivati qui quasi assieme, ti ricordi?” mi dice, “era il 1986 e io vendevo orologi falsi sulla Orchard Road tutti i giorni, con la mia valigia e tu facevi i tuoi giri verso Hong Kong. Allora non era un reato vendere fake watches, e li compravo in Malesia, non in China: sono venuto qui a raggiungere mio zio che aveva aperto a Cuppage Rd. una sartoria 1974, ma dalla fine degli anni ’90 ci siamo trasferiti qui, a Little India.

Mi porta, come ogni volta, a incontrare suo cugino che ha la deontologia sartoriale di farti 2 prove dell’abito che ti confeziona in 3 giorni e non in 24 ore come quei sarti disonesti di Lam Plaza, ti dice, e con orgoglio ti fa vedere ancora la fodera in seta dei suoi modelli, accuratamente cucita e non incollata come molti da queste parti fanno per risparmiare tempo e costi.

Mi dice “Mau, a parte che di vedo dimagrito da Ottobre, senti, mi sono arrivati 80 pezzi speciali: si sono sbagliati e mi hanno consegnato una qualità elevatissima insieme alla merce standard: vuoi dargli un occhio? La lavorazione è veramente eccellente, e sai che io ti frego con onestà!“.

Compro a Jack la sua bevuta di stasera, e continuo a camminare verso Bugis.

Foto? ovvio, Jack …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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