L’ortopedico mi ha indicato un periodo di 4/6 settimane per il recupero. Gli ho chiesto “Ovvio che non possa correre, o fare jogging, ma almeno camminare?” mi ha risposto “No“. “Andare in bici?“. “No, riposo assoluto“. “Nuotare?” “No“. “Ma come? Per nuotare non mi pare proprio si usi il polpaccio!“.

Mi ha guardato con un’espressione da talebano del recupero fisico.

Ho abbandonato l’idea di dirgli che avrei volato per una manciata d’ore la settimana successiva e con serenità ho disdetto la mia presenza, cominciando una serie di apparizioni in videoconference sdraiato sul divano col il gambone appoggiato su tavolo.

Passando tutto il mio tempo libero da queste parti a fare sport, si può immaginare la mia felicità e soprattutto il livello di incazzatura con me stesso per essermi messo in queste condizioni. Mi sto organizzando quindi per un periodo zen, molto zen, cazzo. Zennissimo.

Stamani ho tirato fuori al teiera che ho comprato da Daiso per pochi dirham. Ah, Daiso è una catena di negozi che vendono “cheap made in Japan”, con un assortimento merceologico che ti strappa il sorriso: dalla roba di cucina a i quaderni in pelle, a batterie ricaricabili, a qualsiasi tipo di contenitore. Tutto rigidamente disegnato e prodotto nel paese del sol levante e venduto ad un prezzo che non deve superare il paio di dollari. Trovo il loro negozi un po’ ovunque in Asia e meritano sempre un giro per raccattare qualcosa di divertente a un prezzo veramente contenuto.

Dopo la teiera di Daiso ho preso dal frigo il tea verde comprato a Shanghai qualche settimana fa e ho seguito le lezioni che mi hanno impartito per la preparazione. Ho versato un primo getto di acqua calda per lavare le foglie, l’ho gettata e poi ancora acqua per una rapida infusione dove devo vedere le “dancing leaves”, le foglie muoversi nell’acqua senza ne affondare ne galleggiare.

Mentre cominciavo a gustare l’infuso, con quel pizzico di quasi salato che la qualità di tea mi fa sentire, mi è venuto in mente che la diffusione della cultura del tea “bevuto” con la sua ritualità attraversa gran parte dell’Asia e dell’Africa: che io ricordi in un solo paese la foglia si mangia anche, in Birmania (“Burma”, oggi Myanmar).

Il “Lahpet” è uno dei piatti della cucina Birmana, se non quello più caratteristico e tradizionale.

Le foglie di tea vengono fatte fermentare con un procedimento simile a quello dei cetrioli o dei crauti nell’Europa centrale: quello che ne risulta è un “composito” dal sapore pungente, ed è presente in ogni banchetto “ufficiale”. Normalmente viene servito freddo e condito con olio di sesamo, accomodato al centro del piatto e contornato da altri ingredienti come l’aglio fritto, fagioli e arachidi fritte, gamberi essiccati, un taglio di ginger e della noce di cocco grattugiata. Più facile mangiarselo che pensare al mix di sapori e alle condizioni igieniche di quando lo ordinate a Yangon, seduti nel Bogyoke market (conosciuto in epoca coloniale come “Scott’s Market”).

Foto? Beh, ovvio, la teiera che ho davanti adesso mentre scrivo e poi qualche foto che ho scattato a Yangon nel corso di un paio di viaggi nel 2014 e 2013 …

zen

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

19 Comment on “Molto Zen, cazzo!

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