Ho rimbalzato nelle scorse tre settimane peggio che una pallina da ping-pong in un tornado: le ultime tappe sono state Mosca, Dubai, Milano e Istanbul prima di tornare a casa ad Abu Dhabi alle 3.30 del mattino, portandomi dietro negli ultimi due giorni un raffreddore epocale risultato di varie arie condizionate tarate per offrire uno sbuffo gelido criminale sulla mia pelata.

Stamani quindi pigrizia, chimica acetilsalicilica e mi son messo a pestare sulla tastiera per dare qualche parvenza di continuità a questo blog che, da quando mi son trasferito nel castello di sabbia della Penisola Arabica, sta offrendo uno dei peggiori esempi di regolarità nell’aggiornamento. E non parliamo della fotografia, please: a parte il sussulto di un weekend a Shanghai l’unica cosa che continuo a produrre sono immagini del mio faccione per richiedere una manciata di visti nei vari consolati. Un disastro, è chiaro, e la signora tedesca a telemetro mi guarda con perplessità.

Momento di pigrizia che uso per rimettere a posto l’amministrazione di casa (i vari balzelli che qui mi tocca pagare tra acqua, elettricità, aria condizionata, gas, condominio, internet), i rinnovi del sito (che aggiorno MOLTO meno del blog, visto che addirittura il client di software per il web design è stato dismesso dall’ultima volta che ho caricato qualcosa: registrazione, hosting, anti-spam, etc), e i vari abbonamenti on-line (The Economist, che finalmente oggi ho il tempo anche di leggermi il numero della scorsa settimana prima di attaccare quello in edicola oggi).

Ho anche sottoscritto (in via “sperimentale e gratuita”) il nuovo servizio in streaming della Apple, visto che Spotify qui è bloccato dal monopolio sulle comunicazioni (come i servizi voip, a gloria degli incassi delle tecom locali). Su MUSIC ho cominciato a cercare a casaccio per verificare che database ci fosse e che qualità nello streaming, visto che qui non siamo in un paese dove c’è un’autostrada di banda.

Ah, su questo ho avuto una discussione con un vicino di sedia in aereo tra Istanbul e Dubai: un appassionato profeta del “digital” a tutti i costi, che scopre, trova e propone a inconsapevoli e riottosi discepoli le sue app, ricette per qualsiasi esigenza di vita. “My friend, digital is the future of our life” ha continuato a ripetermi, urlando come un venditore di pentole televisivo. In coma da raffreddore gli ho sarcasticamente risposto se al cesso si pulisce il culo con un tablet, prima di girarmi e soffiarmi rumorosamente il naso, chiedendogli se potevo prendere il suo cellulare per un’altra smoccolata. Comunicazione chiusa, ovvio.

Dall’altoparlante di casa è uscita una voce che non posso dimenticare, per l’amicizia che mi ha legato a lui prima attraverso alcune interviste, poi durante chiacchierate e bicchieri di vino dopo i concerti.

Canto per te che mi vieni a sentire, suono per te che non mi vuoi capire
rido per te che non sai sognare, suono per te che non mi vuoi capire
Nei tuoi occhi c’è una luce che riscalda la mia mente

con il suono delle dita si combatte una battaglia
che ci porta sulle strade della gente che sa amare

Si, ho ritrovato Demetrio Stratos e gli Area di cui ho solo vinili: e ho scorso, album dopo album, la freschezza musicale che nella seconda metà degli anni settanta mi ha fatto passare delle esperienze fantastiche. Mi sono poi fermato ad ascoltare un brano che adoro, per la bellezza della voce, per l’articolazione degli esercizi tonali, per un testo in greco che ancora oggi ricordo a memoria. Cometa Rossa.

Ἄνοιξε χείλι μοι, ἄνοιξε, γλικά νά τραγουδήσω. Ἄνοιξε τήν καρδιά. 
Κομήτη κλεῖσε τό στόμα στούς ποιητές.
Κομήτη κλεῖσε τό στόμα καί φύγε.Ἄνοιξε τά μάτια στνή ἐλευτερία.

[Apri le mie labbra, aprile dolcemente. Aiuta il mio cuore.
Cometa cuci la bocca ai profeti.
Cometa chiudi la bocca e vattene via. Lascia che sia io a trovare la libertà.]

Foto? 1 solo scatto, metre aspettavo che un 777 (talmente vecchio che aveva ancora sulle mappe il Regno delle Due Sicilie) mi riportasse a casa ….

ataturk


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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