Le complessità burocratiche di questa piccola fetta di mondo hanno fatto passi da gigante nell’ultimo quarto di secolo, bruciando le tappe che l’hanno portato dall’inesistenza de “l’organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità e impersonalità” a un e-government che, sapendo quali siano le regole di navigazione, ha fatto della digitalizzazione e dell’identificazione personale una sorta di nuova frontiera.

Quando ho cominciato a passare da queste parti brasavo pagine di passaporti con la stessa rapidità della carta igienica durante una forte dissenteria, e qualsiasi atto pubblico o privato richiedeva testimoni e decine di pagine dattiloscritte, unite alle fotocopie di qualsiasi documento, inclusa la tessera punti dell’esselunga e le frequent flyer cards di Pan Am e TWA (compagnie aeree che all’epoca già non esistevano più).

Oggi passo l’immigration con una e-card e lo scan dell’iride, firmo i documenti ufficiali con la mia impronta digitale elettronica e tutti i call centers associano il mio “personal number” (mobile) in modo da potermi offrire una assistenza customizzata sul mio profilo e sulle mie esigenze.

Certo, il sistema è comunque ancora un filo complesso, ma gli interventi di semplificazione e snellimento sono segnali di continuo progresso. Certo, talvolta è utile anche avere l’assistenza dei PRO, la mitica figura medio-orientale deputata all’interfaccia con gli istituti pubblici, “Public Relationship Officer”, categoria sancita dalla legge che ha messo ordine sui “traffichino” di una volta e diminuito la congestione degli uffici.

Quando succede che debba firmare atti ufficiali, autenticare la mia firma o confermare i miei POA (“power of attorneys”, le cose che la mia azienda mi autorizza a fare in nome e per conto suo), vengo “preso in custodia” dal grappolo di eccellenti PRO che ci supporta.

La situazione mi porta alla sensazione di essere POTUS, “President of The United States” come viene chiamato in codice il Mr. Obama di turno: tutto è sincronizzato e i vari PRO si aggiornano attraverso un fitto scambio di chiamate tra cellulari che nulla ha da invidiare al Secret Service. Uno mi avvisa in ufficio e raccatta tutta la documentazione necessaria, facendo un check che al solito io abbia il mio passaporto e la ID. Un  secondo mi carica in macchina e, gestendo il traffico in millimetrica precisione mi scarica davanti all’ufficio, al ministero o al notaio dove devo essere recapitato, aggiornando costantemente gli altri sul percorso, sulla quotazione del greggio, sull’andamento della coltivazione della barbabietola in Texas (produzione annua = 23 chili da un singolo orto, tutto qui ma fa figo parlarne), e dalla seconda divisione calcistica della Papua New Guinea (concorrono le bande di Rascals e normalmente nessuno finisce vivo la partita visto che è possibile portare le armi in campo).

Arrivato a destinazione vengo preso in consegna da un altro PRO, che fende la folla dall’ingresso all’accettazione all’area di attesa (dove si fa picca che io abbia tutti i conforti del caso), fino alle sedie dove devo posare il mio fondoschiena, comunicando nella lingua delle consonanti con gli interlocutori in un fitto scambio di jaculatorie che normalmente termina con “sign-here” o “finger-print here”.

Ricevo congratulazioni come se avessi vinto il singolare a Wimbledon con un 6-0, 6-0, 6-0: la cosa mi lascia sempre un filo perplesso, ma capisco di avere un trattamento estremamente speciale il cui risultato è spesso nelle maglie di attente relazioni di cui ignoro i retroscena, ma so per certo che son basati su stima e potere in un mondo dove il nome della famiglia conta molto più di qualunque altra cosa.

Vengo preso nuovamente in consegna dal PRO “postino”, che aggiorna anche lui tutto il gruppo, diffondendo la lieta novella sul  positivo risultato di quella che era l’incombenza. Tutti felici come quando arriva un bel acquazzone (qui piove mediamente 30 ore al decennio), mi si ricarica in ufficio dove prendo il piccone e ricomincio il lavoro.

Foto? POTUS-birra di ieri sera, che son entrato in ufficio alle 8 di mattina e ne son uscito 14 ore dopo ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “Guidato come POTUS

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