Sono le 7 stamani quando passo davanti a San Lorenzo e il portone è aperto, lasciando intravedere il colonnato e in fondo l’altare e l’abside. Si, sono a Genova, qualche giorno qui e poi torno a giocare con i castelli di sabbia.

Beria mi guarda e mi indica di voler entrare, colta da misticismo da refrigerio, come fulminata non sulla via di Damasco ma su quella di Condizionatore City.

Con questa calura e con un’umidità che già alle 6 ti si appiccica addosso è una fatica per lei portarsi dietro il pelo. La coda ha un peso specifico tale che se la ondaggia troppo sbarella in curva. Stanotte ho visto che si piantava davanti al ventilatore alternando muso e posteriore in ricerca di un minimo refrigerio.

Capisco la tua voglia di tornare qui, ma una scappata in montagna era forse l’idea migliore” mi dice il mio affezionato quadrupede. “Dai, Beria, era troppo tempo che mancavo da queste parti, roba che manco mi ricordo più il sapore del pesto e delle alici”.

Passa Roberto a intercettare un caffè sulla traiettoria che da casa lo porta ad aprire la saracinesca della sua ferramenta. Come molti sta tenendo aperto il negozio la mattina: un minimo di lavoro c’è e non vale la pena di chiudere completamente, anche perchè qui tra tutti i commercianti della Città Vecchia si parla poco di ferie e ancora meno di economia vibrante anche se un filo di commercio si è riattivato.

Deh, ma parli sul serio col cane?” Mi chiede, sollevando la testa dal Secolo XIX nel quale è immerso, ormai accettando qualsiasi anomalia della mia personalità dopo che l’ho fotografato con la mappa dei cassetti di viti e bulloni alle sue spalle.

“Si, da sempre. E andiamo anche d’accordo su una serie di argomenti: dalla politica all’economia, all’interpretazione dei fatti storici ai gusti musicali” gli rispondo. Mi guarda come se mi fossi fatto un caffè corretto con mezza bottiglia di Vecchia Romagna Oro Pilla che apparteneva a una generazione che sta passando.

Foto? Un po’ di geometrie tra Palazzo Ducale e San Lorenzo: una boccata di qualche secolo di storia e civiltà, che ne avevo proprio bisogno ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

12 Comment on “Metti un giorno a Genova

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