Sono fermo al centro di uno spiazzo: non mi è chiaro se sia piazza, se sia uno svincolo, se sia un pezzo allungato di paese o di spiaggia. Sono le 3 di pomeriggio e il solo è criminale: ho la camicia e i pantaloni completamente appiccicati al corpo dal sudore che mi gronda addosso.

Solo a Liwa, sulla costa del Sultanato dell’Oman, a pochi chilometri dalla raffineria di Sohar.

Il grosso SUV con i vetri oscurati mi si avvicina lentamente dopo un colpetto tradizionale di clacson. Quando mi è a fianco il finestrino si abbassa. Dico “Salham Saddiki” ‘Pace amico’, che è sempre un buon modo di iniziare un discorso.

Hai bisogno di aiuto?” mi chiede il volto che appare dietro il vetro oscurato, ha in testa il classico turbante Omanita di lana e degli occhiali scuri gli coprono gli occhi. Vedo altre teste e altri sorrisi spuntare dalla macchina. “No, grazie, sono qui a fotografare i murales, che sono veramente rari in questa parte del mondo”. “Sono bellissimi, vero?” mi risponde con entusiasmo, “qui a Liwa ci sono molti giovani che li dipingono“.

Parliamo per alcuni minuti, io sotto il sole, lui dentro l’auto: mi offre da bere dell’acqua, mi chiede da dove vengo e cosa faccia nella e della mia vita, mi offre la sua ospitalità e il suo aiuto. Si sorprende io sia Italiano. Si fa fotografare quando gli dico che voglio scattare un’immagine dove entrambi siamo presenti, io nei suoi occhiali e mi lascia il suo indirizzo per spedirgliela.

Comincio a girare tra i muri di alcune aree semi-abbandonate. È un divertente caos culturale che unisce una raffigurazione politica dei leader politici della penisola Arabica, con le icone dei “car movie” americani. Il rapper 50 cents è a fianco del più famoso cantante arabo, e c’è anche Mr. Bean.

La parete di una casa senza tetto invece mi sorprende con il dipinto di un Che Guevara. Il Che a Liwa proprio non me lo sarei aspettato …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

4 Comment on “Il Che a Liwa

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