Chi frequenta il blog da tempo lo sa, il mezzo di trasporto sul quale ho i maggiori inconvenienti planetari è il taxi: ho un certo astio nei confronti della categoria anche se riconosco sia irrazionale, in fondo lo 0.00000000001% di loro sono persone veramente piacevoli e in gamba.

Alle 9:15 di stamane arpiono un taxi bianco e azzurro nella coda fuori dell’aeroporto di Doha, sono con un collega meno prevenuto di me e che mi ha pazientemente aspettato mentre l’immigration smaltiva due Airbus 380 che hanno avuto la cortesia di atterrare qualche minuto prima del mio aereo, cazzo.

Sono già stato da queste parti una trentina di volte, e dico al tizio al volante (che definirlo “autista” sarebbe già un upgrade), dopo i convenevoli e i saluti che “ci dovresti portare al Xxxx, nel building Yyyy, che sta difronte alla City Center Shopping Mall, dal lato dove c’è il Xxxx hotel“: una cosa che, in una città come Doha, equivale a una mappa di una precisione millimetrica. Gli chiedo “Hai capito dove andare” e il Giuda mi risponde “Certo, Sir“.

Parte e si accoda a un furgone che tiene una velocità di crociera di 12 kmh, mentre sulle altre 4 corsie ci si muove tra gli 80 e i 120 kmh. Faccio la cortesia di chiedergli “Ma è la tua religione che ti chiede di seguire i furgoni scassati e ti proibisce di usare ogni altra corsia o è una ponderata decisione frutto della tua esperienza“. Il sarcasmo fa un buco nell’acqua quando mi conferma che lui segue il precetto di orientarsi cinque volte al giorno e onorare un dio non iconoclasta. Cambio tono e gli chiedo cortesemente di accelerare la media per evitare che l’appuntamento slitti alla prossima era glaciale.

Alla terza rotonda prende una strada chiaramente sbagliata. Gli chiedo “Amico mio, dove cazzo mi stai portando?“. Silenzio. “Huè, bagai barlafus de l’ostrega, dove sta-cazzo stai andando? Sai dove sia il Xxxx?” Il suo candido “No” mi fa decidere di augurargli un decesso rapido e non una lunga agonia.

Lo guido in modo millimetrico a forza di destra-dritto-sinistra-sinistra, non dopo aver scoperto che non ha per lui nessuna rilevanza geostazionaria una direzione piuttosto che l’altra. Finalmente arrivo a destinazione e gli chiedo “Amico mio, da quanto guidi un taxi a Doha“, sperando di giustificarlo come un novellino. Mi risponde “Da oltre un anno“. “Dovresti veramente cambiar lavoro, lasciatelo dire, non è adatto a te” e lo abbandono dopo aver pagato 30 denari, sperando che ci sia un albero vicino (riferimento apocrifo).

Foto? Il secondo taxi, mentre chiacchierando al telefono ci stiamo schiantando su uno spartitraffico, ma questo ve lo racconto domani …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

3 Comment on “Due taxi – prima parte

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