Stamani mi son svegliato alle 4 in un emirato, guidato in un altro e volato in un terzo: un’insalata mista di monarchie a base tribale che affollano la Penisola Sabbiosa.

La partenza è stata in salita: mi son dimenticato da qualche parte il rasoio pentalama tecnologico e ammortizzato con il quale mi rado barba e pelata e sono dovuto ricorrere a uno di quei usa&getta che si trovano nelle sacche di generi di conforto che le compagnie aeree ti danno in overnight. Avessi usato una zappa da contadino mi sarei fatto meno male: la prima bestemmia è partita sotto la doccia a sentire il bruciore dell’irritazione della pelle.

Mi son messo in macchina e non erano manco le 5 che ho sentito il bisogno di conversare con qualcuno: dice moltissimo della mia socialità il fatto che ho attivato il navigatore e mi son messo a chiacchierare con la voce sintetica che mi ricordava con inesorabile precisione “rallenta o ti fiocinano la patente” mentre percorrevo il nastro illuminato a 10 corsie in una strana solitudine post-atomica.

La musica di Einaudi che avevo in sottofondo in commistione al borbottare dei sei cilindri non era peró adatta all’umore e ho pigiato il tasto “FM”, sintonizzato su un’emittente locale che trasmette “expatried music”, condita con una babele di accenti inglesi. Pochi secondi di silenzio, tanti che pensavo non stessero trasmettendo, e poi è partito il brano graffiandomi le orecchie con acidità.

Strani gli scherzi del caso, l’altro ieri scrivevo di “Sweet Emotion” e oggi Steve Tayler si ripresenta al mio cospetto con l’inconfondibile giro di batteria e basso che fa da conforto acustico a Walk This Way, il brano pubblicato nel 1975 che ha portato la band degli Aerosmith alla notorietà planetaria.

Il brano è condito di espliciti riferimenti sessuali che peró possono essere interpretati in modo sufficientemente ambiguo da permetterne la trasmissione in un’America ancora puritana nell’ultimo quarto del secolo scorso e in un’Emirato che vive i contrasti di un cocktail tra sharia e libertinismo.

Ho seguito le mandrie migranti tra controllo dei passaporti, security check e cambio di terminal fino a quando lo status semi-divino con la compagnia aerea che sto usando mi ha garantito l’accesso allo scrocco della lounge malgrado un bel biglietto di cattle class.

Ho raccattato una colazione e mi è venuta voglia di risentire gli urlacci di Steve: ho clikkato su “Young Lust”, tanto per mantenere il tema, e il primo brano in cuffia è stato “Eat the rich”, che ho trovato intonato al piatto che stavo per ripulire.

Foto? Riflessi e riflessioni musicali su salmone crudo e gamberetti ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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