Stamani la password di accesso alla rete wifi non aveva voglia di entrare. L’ho digitata un’infinita’ di volte in questi anni di frequentazione dell’aeroporto di Dubai, ed entrata in un automatismo da sistema nervoso simpatico, ma oggi mi sono inventato delle permutazioni nell’unione di “ek”, “lounge” e “dxb” al cui confronto la teoria dei numeri complessi e’ la tabellina del 7.

Ho dovuto applicare la “teoria dell’uovo e della padella”, che mi ricordo, nella notte dei tempi, un mio professore di matematica mi aveva spiegato.

Se analizzo i passaggi che devo fare nella sequenza che mi porta a mangiare un paio di uova in padella, posso elencare (e semplifichiamo) l’aprire il frigo e prendere le uova e il burro, aprire lo sportello delle pentole e prendere una padella, accendere il gas o qualsiasi altro ammennicolo destinato allo scambio di calore, metterci sopra la padella, far sciogliere il burro, e cucinare le uova dopo averle rotte.

Una volta che questo processo e’ stato standardizzato e rianalizzato con procedure di qualità SixSigma, posso ragionevolmente pensare che il mio risultato sia costante, ovvio considerando che le uova siano fresche e che non abbia incidenti di percorso tipo il gas che mi finisce a meta’ cottura, stimolando un bestemmione siderale.

Bene, se un giorno trovo gia’ la padella sul fuoco, e le uova fuori dal frigo, il modo piu’ logico di comportarsi sarebbe quello di rimettere la padella nel cassetto, e le uova in frigo e ricominciare il tutto da capo in un ecosistema conosciuto e consolidato.

Ovvio che questo approccio garantisca risultati stabili, ma, d’altra parte inibisce talvolta la creatività dell’approccio, per cui parti con l’idea di un uovo fritto, e ti trovi poi a cucinare, e a mangiare, qualcosa di completamente differente: un filino di equilibrio, quindi, tra “ortodossia” e “innovazione” ci vuole, altrimenti saremmo tutti qui a spingere i carichi su slitte, invece che farli scorrere su ruote.

Foto? Ho ordinato due uova benedict, che oggi e’ sbrago, nessun allenamento e seduto in un sigaro volante con frizzantini che passano: uno scatto dal tavolo della colazione …


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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