Stamani stavo cercando l’alimentatore per un MacBook “giurassico” (8 anni di vita), che ho comprato a Sydney in sostituzione di un’altra macchina, l’unica volta in vita mia che uno dei prodotti di Cupertino mi abbia abbandonato. Ancora perfettamente funzionante, voglio regalarlo a chi ne possa aver bisogno, e mi pare coerente allegare anche il modo di alimentarlo.

Ho cominciato a ravanare nelle varie scatole e, assieme al power plug, mi e’ uscito un orologio che penso di aver preso in China nel 2012: meccanico, con nel quadrante un’immagine del Presidente Mao, con il suo braccio che si muove a scandire i secondi della Rivoluzione.

Mi è venuta voglia di caricarlo, e di guardare ipnotizzato il pezzo di latta muoversi: reminiscenze storiche sono uscite dallo stato di trance. Sono tornato alla Rivoluzione Culturale che, tra il 1966 e il 1969, ha fatto sensibili danni in China, lasciandosi alle spalle un numero imprecisato di morti (fonti – tra le quali Enzo Biagi nel suo libro Cina del 1978 – parlano di 400mila, altri si spostano più vicini ai 3 milioni), in una guerra civile che si placherà solo nella seconda metà del 1968 con la dissoluzione delle Guardie Rosse.

Interessantissima, anche se drammatica, è l’esperienza della “Comune di Shanghai” che, con un’azione che ricorda la Comune di Parigi all’epoca della Rivoluzione Francese, attraverso i moti ricordati come La Tempesta Di Gennaio, aveva stabilito una propria forma di autogoverno, ma questo merita molto più di due semplici righe: devo raccontarvelo.

Mi sono tornati in mente i 23 “comandamenti” delle Guardie Rosse, scanditi brandendo il libretto dei pensieri di Mao The Tung:

Tutti i borghesi devono svolgere lavoro manuale. I cinema, teatri, librerie e locali pubblici devono essere ornati con ritratti di Mao Zedong. Le citazioni di Mao Zedong devono essere ben visibili in tutti i luoghi, all’interno e all’esterno. Le vecchie usanze devono essere abolite. Le imprese commerciali devono essere riorganizzate in modo da servire i contadini, gli operai e i soldati. Contro gli oppositori bisogna comportarsi con la forza. I ristoranti di lusso devono essere chiusi. Gli interessi economici privati devono essere subordinati agli interessi dello stato. La politica deve avere il primo posto in ogni cosa. Gli slogans in onore di Mao Zedong devono essere scritti a lettere rosse. Le denominazioni revisioniste devono scomparire. In tutte le strade devono essere installati altoparlanti per trasmettere direttive. Lo studio del pensiero di Mao Zedong deve incominciare fin da bambini. Gli intellettuali devono andare a lavorare nelle campagne. L’interesse delle banche deve essere abolito. I pasti devono essere consumati tutti insieme e bisogna tornare alle usanze delle prime Comuni popolari del 1958. Devono scomparire i profumi, gli oggetti preziosi, i cosmetici, i vestiti e le scarpe che non siano di tipo proletario. I vagoni di lusso dei treni devono essere aboliti

Non si devono pubblicare fotografie delle cosiddette belle ragazze

Le masse devono impegnarsi a cambiare il nome di vie e di edifici. La vecchia arte che rappresenta canne di bambù e temi non politici deve scomparire. Non si può tollerare che vi siano quadri dirigenti in disaccordo con il pensiero di Mao Zedong. Bisogna bruciare i libri in contrasto con il pensiero di Mao Zedong

Foto? Ovvio, una bella ragazza a Shanghai, fotografata nell’Ottobre del 2014, e l’orologio di Mao …

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

3 Comment on “Il braccio di Mao

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