La mia passione per i mercati locali, quelli “veri” intendo, dove la gente va a fare la spesa tutti i giorni, in un’assenza totale di turisti, mi ha guidato anche qui a Siem Reap stamani: la vitalita’ che viene sprigionata, insieme ad un melting pot di odori, colori, espressioni e’ qualcosa che riesce costantemente a sorprendermi.

Soprattutto (lo so, e’ da criminale cominciare con quest’avverbio una frase, ma concedetemelo) nei casi come questo, dove l’ordine merceologico e i principi di igiene sono un filo distanti dai nostri, e la carne cruda viene venduta accanto alle galline vive, alle verdure, ai pesci e ai serpenti, in un continuum di esposizione, taglio, preparazione e cottura su griglie artigianali.

Pensavo di essere arrivato tardi quando mi sono affacciato ai primi stalli alle 8 di stamattina, brancando al volo lo scooter di una donna che si era inclinato paurosamente sotto il peso di un paio di grossi sacchi di riso: la solita figura alla Primo Carnera che in Asia mi viene sempre bene, fino a quando – nel Myanmar rurale – mi mettono in braccio i bambini per fotografarli col gigante. La signora ha infilato un cocco sotto il malridotto cavalletto e mi ha ringraziato nella lingua dei riccioli, mentre sollevavo il suo motorino con totale serenità.

Ho passato qualche ora a scattare fotografie, arrivando a impressionare sia pellicola che sensore quasi una trentina di volte: poi i sandali aperti che stavo indossando si sono arresi ai liquami e hanno implorato una doccia, con lavaggio accurato.

Rifatto lo zaino, me ne vado tra le montagne del Laos stasera.

Foto? Odori, piu’ che colori, in una bolgia che unisce qualsiasi cibo e qualsiasi servizio …

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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