A poche centinaia di metri dalla Diga Bhumidol, costruita ai primi degli anni ’50, la barca mi ha raccattato, facendomi cominciare una serie di attraversamenti su precarie passerelle, che si curvavano pericolosamente sotto il mio peso: ho lasciato Tak e passo le prossime 24 ore a bordo di una imbarcazione, che mi porter a risalire il fiume fino quasi a Chiang Mai.

La Royal Diamond la si potrebbe definire come una bagnarola fluviale, il cui scafo originale ha subito aggiunte postume, allargandone ed allungandone la parte finale per ricavare un’area di un paio di centinaia di metri quadrati, su due ponti, coperta da un tetto in metallo costantemente innaffiato per evitare un “effetto wok” per chi ci passa sotto.

Se, appena arrivato a bordo, ho avuto la sensazione di essere in un luogo ruspante, quando hanno caricato due secchiate di maestre elementari in gita premio, con una incredibile propensione al selfie con lo “straniero grosso e pelato”, la sensazione è diventata certezza. Un uso diffuso della lingua inglese pari allo zero assoluto, e battaglie per accaparrarsi il mio biglietto da “fotografo”, che recita sul retro il mio amore per la vita, sono state costanti per tutta la presenza a bordo.

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Lo spettacolo naturale ai lati del fiume toglie il fiato. La ricchezza di flora e fauna lungo le sponde è una sorpresa continua, come lo sono le rare house-boat che testimoniano una caparbia resistenza a qualsiasi modernizzazione.

Superiamo un paio di grosse chiatte adibite ad albergo, in un’impeto di sviluppo del turismo locale, mentre i vecchi diesel della Royal Diamond continuano ad imporre una vibrazione allo scafo che sembra di cuocere il cotechino a Natale, facendolo sobbollire lentamente.

Il pranzo, ricco, agiato e costantemente piccante, potrebbe essere l’apocalisse per chiunque sia allergico alle noccioline: usate con abbondanza tale da arrivare quasi a coprire ogni sapore.

Comincia poi un karaoke, ovviamente nella lingua locale, che impone una serie di successi melensi, con l’unica eccezione di un twist (sempre in Thai) che ha scatenato le urla di approvazione delle maestre, facendone scemare qualsiasi freno inibitore. Lo spettacolo durerà fino a tarda notte, ben oltre l’orario nel quale io sono andato a sdraiarmi in una branda di una durezza pari ad un tavolo da autopsia.

Nel tardo pomeriggio facciamo una tappa per pregare nello spettacolare complesso di templi che sorgono su un’ansa del fiume: non sono riuscito a trovarne il nome, se non il fatto che cominci per Wat, cosa abbastanza ovvia visto che significa proprio “templio” in Thai.

Sono sempre stupito dal diffuso fervore Buddhista: vedo passione, tranquillità, devozione anche nei ragazzi più giovani, e il gruppo di maestre non fa eccezione, se non per il continuo, massiccio uso del telefonino a documentare qualsiasi momento, sfoderando più il palmo della mano sotto il mento mentre sorridono, che le dita a “v” più tipiche dei giovani Chinese e Japponesi.

La notte passa un filo complessa. Il karaoke abbandona finalmente intorno alle 11, ma la durezza da marmo che ho sotto la schiena, unita alle vibrazioni dello scafo, portano in risonanza il mio scheletro, che emette un sommesso suono a bassa tonalità che potrei definire a metà tra il canto delle balene e le canzoni tracheali Mongole.

Si sbarca la mattina presto, anche se tecnicamente mi sembra più di comportarmi da clandestino, visto che non esiste un porto, ma la nave si avvicina alla riva e, tramite l’ennesima passerella in tek lunga un paio di metri abbondanti, e risalgo un sentiero per diverse centinaia di metri fino ad uno spiazzo in terra battuta, dove miracolosamente trovo un’altra minuta Caronte, con in mano un foglio di carta con sopra scritto “Maurizio”.

May mi porterà fino a Chiang Mai, ma questo ve lo racconto domani.

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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