L’ alieno tra noi sta continuando a fare danni planetari, non accontentandosi del milione di vite che si è già portato via, e giustamente muoversi a spasso per il mondo, com’era mia abitudine fare fino a Febbraio, rimarrà un ricordo per ancora molto tempo.

I miei racconti, troppo legati a vagabondare tra i continenti, ne stanno soffrendo, che a fotografare il piatto della colazione dopo poco ci si annoia anche, a meno di non essere un dannato foodie: questo mi fa stare assente da NocSensei (oltre che da un’altra valanga di posti e situazioni), e me ne scuso, innanzitutto con Ryu, Giordano e tutti gli amici della famiglia che hanno creato attorno a questo progetto, e poi con chi mi legge e mi chiede che fine abbia fatto.

Qualche aggiornamento: son rimasto bloccato un po’ in Italia, e molto nel Paese dei Castelli di Sabbia. Sto preparandomi per traslocare di nuovo, con l’idea per Dicembre di andare a vivere in China, e di rimanerci per qualche anno, intanto pascolo in giro per gli Emirati, che stanno cominciando ad uscire dalla canicola dell’estate, con temperature che finalmente scendono sotto i 40°.

Il poco che si può fare da queste parti, nel tempo libero, è arrostirsi le caldarroste inguinali in riva al mare, o girare il Paese, cercando almeno un paesaggio differente dalla foresta di torri che vedo da casa: questo mi ha portato sulla vecchia strada che collega Sharja a Fujairah, attraversando la catena dell’Hajar, partendo dal Golfo Persico per scendere verso la parte di Oceano Indiano chiamata Mar dell’Oman. Una scusa per guidare su strade non mappate dall’efficienza urbanistica del modello Dubai, ma piegate dal volere della natura.

Siamo partiti con tre macchine, a spregio del green thinking, garantendoci la censura di Greta, ma ogni tanto succede, cazzo. 22 cilindri in tutto: 16 equamente divisi tra due auto italiane, e io a seguire con 6, rigidamente di fattura tedesca, come le Signore Tedesche a Telemetro con cui fermo i ricordi. “Al primo Autogrill ci si ferma per un caffè”, ci siamo detti sotto le Emirates Towers, indicando chiaramente la nazionalità che ci accomuna, e facendo finta di essere ancora dei ventenni smanettoni sulle due ruote.

Il benzinaio, dove ci siamo fermati per un caffè filtro, che solo due di noi hanno avuto il coraggio di apprezzare (io allungato con ghiaccio, visto che lo preparano sulla fiamma ossidrica per garantire un calore da ustione), pareva uscito direttamente da “Le salaire de la peur“, il capolavoro cinematografico di Henri-Georges Clouzot, tratto dall’omonimo romanzo di Georges Arnaud, uscito nel 1953 in Italia con il titolo “Vite Vendute”.

La strada non è stata da meno, non tanto perchè trasportassimo nitroglicerina come i due camion guidati nella trama cinematografica dai francesi Mario e Mister Jo, l’italiano Luigi e lo scandinavo Bimba, ma per il tracciato disseminato di bumper e speed-cam a tradimento, e anche da qualche momento di guida impegnativa, nel pezzo che da Masafi porta a Dibbah.

Tappa al Friday Market, prima di entrare a Masafi: ossimoro commerciale, dove sotto le lamiere ondulate si perpetua il modello di Suq, concentrando la vendita di prodotti in aggregazioni che difficilmente avrebbero senso da noi, e rimangono per me un mistero di business-model. Tra una bancherella di verdura e un’altra ce n’è una terza, e questo si ripete, creando una fila di 35-40 negozi diversi che vendono esattamente la stessa roba a un prezzo praticamente identico, e tarato sulla vostra nazionalità, il vostro abbigliamento, e l’auto che avete parcheggiato.

Ovvio ci abbiano proposto dei mangos al prezzo di gioielli in Via Della Spiga, ma ripeto, fa parte del modello di pricing flessibile che in buona parte del mondo si applica con serenità.

Il paesaggio è lunare. Il nome della catena “Jibāl al-Ḥajar”  (in arabo, ma chiamata anche “Monti dell’Oman”) significa “Roccia”, “Sasso”. Ogni tanto l’aria pare irrespirabile: i panorama che ci si offre parla dell’assenza pressoché totale di vegetazione, insieme ai colori che virano dall’antracite al marrone, in una disperante mancanza d’acqua, con wadi che scendono in canaloni dove le sedimentazioni fanno sfoggia delle tracce di Cretaceo Inferiore, quando si son formate diverse secchiate di milioni di anni fà.

Scendiamo al mare. I motori si fermano. Un pesce nel piatto, con un bicchiere d’acqua. Dopo la pausa si ritorna a casa, a Dubai, ma stavolta sulla comoda autostrada che lenisce il senso primitivo, con l’aria condizionata che fa a cazzotti anche col tramonto.

Se non avete mai visto Vite Vendute ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

5 Comment on “22 CILINDRI SULL’HAJAR

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