Si chiamava “Shing Kunt’to”, letteralmente “Il Gioco dei Mandarini”, ed è probabilmente il prototipo dei giochi di percorso tra i quali sono certo tutti noi possiamo riconoscere il Gioco dell’Oca: vince chi riesce a completare esattamente il percorso, avanzando sulla base del risultato nel tiro di due dadi, ma con le trappole e insidie delle caselle che possono costringere ad arretrare, perdere un giro o quant’altro le regole classiche o più recenti possano infliggere al concorrente.

Ecco, io sto facendo uno Shing Kunt’to in Asia, un Gioco dell’Oca di oltre tre settimane: da Dubai sono arrivato a Singapore, proseguo per Shanghai, scendo a Hong Kong, torno a Singapore, vado a Bangkok e poi non lo so, visto che ho un biglietto HKG-DXB che mo costringerebbe a tornare nell’ex colonia Inglese prima di terminare nuovamente a casa, negli Emirati Arabi. Superfluo poi aggiungere che a Dubai ero arrivato dopo un weekend a Milano, e penso di passare al termine ancora per 48 sul suolo lombardo.

Sabato sono tornato a camminare per Chinatown a Singapore, nel quartiere che meglio conosco per averci vissuto fino allo scorso Dicembre, è ho avuto ancora una volta la prova del calore e affetto che gli abitanti di questa città possono offrire. Il sarto di Pagoda Street, l’Anziana che mi vende un delizioso jasmine tea, il Commerciante di Temple, la Vicina di casa con il suo abbigliamento minimalista, gli Anziani che giocano a dama sotto il Tempio del Buddha, lo Spentolatore di noodles dentro l’hawker center: tutti a riconoscermi, salutarmi, chiedermi dove fossi stato in questi sei mesi e quanto intendessi fermarmi, sperando di riavermi tra l’umanità che vive in questo splendido melting pot.

Ho perso traccia di quanti Paesi io abbia visitato, e in quanti mi sia fermato a sufficienza per traslare la mia esperienza dal “visitarli” al “viverci”, attraverso sempre la condizione del “lavorarci”, ma Singapore rappresenta da sempre una eccezione, posizionando questo posto in cima alla lista, quando si usa il filtro delle esperienze positive. Giro con la Signora Tedesca a Telemetro, la nuova M11 Monochrom che Ryu mi dato qualche settimana fa: sto cominciando a capire meglio come parlarle per riuscire a farmi aiutare nel tracciare i miei momenti di vita: stay tuned,

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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