[Originally published on NOCSensei]

Ieri mi son comprato una tessera di libera circolazione sulle reti metropolitane ed extraurbane di Shanghai, e per 18 RMB (circa 2 euro), mi son guadagnato la possibilità di girare per tutta la giornata: avevo voglia di tornare a visitare il villaggio di Zhujiajao, dopo averlo visto una decina d’anni fa, e scoprire se il genuino mix tra tradizione e turismo locale fosse ancora vivo dopo tutti i cambiamenti che ho trovato in questa China post-covid.

Preso prima la linea 11 della metro fino alla coincidenza con la 17, mi sono spostato poi su quello noi protrammo definire come un treno interregionale, ma dall’aspetto quasi identico ai vagoni della metropolitana: oltre una mezz’ora di viaggio ad una discreta velocità (ho coperto oltre 70 chilometri nella zona suburbana), e sono arrivato a destinazione. Molto meglio della mia esperienza precedente, quando il viaggio in auto all’andata era stato palloso, ma quello al ritorno devastante da un traffico assurdo.

Te la vendono come una “Venezia Asiatica”, con calle, ponti ad arco, e imbarcazioni mono-remo posteriore, ma direi che le differenze, a partire dalle dimensioni ed estensione sono tangibili, malgrado  comunque la sensazione di un passato ancora presente. Di sicuro non mi aspettavo la presenza di bacari che servivano crostini di baccalà mantecato e un piatto di moscardini in umido, con un buon bicchiere di bianco, ma la ricchezza dello street-food locale mi ha comunque sorpreso. Involtini di maiale con fette di tofu fritto, gamberi di fiume e granchi allo zenzero e scalogno, oltre alla consueta presenza di buona birra locale.

 

 

Di sicuro a Zhujiajiao è dove tutto Shanghai è cominciato, quasi 5mila anni fa (i primi segni archeologici di presenza) e da oltre 1.700 anni chiare testimonianze abitative: questo è stato il primo insediamento che poi ha portato ai quasi 46 milioni di abitanti della megalopoli che oggi è Shanghai, nome che significa, in Cinese, “sopra l’acqua”: chiaro riferimento alle prime case di pescatori costruite sopra l’area paludosa.

Oggi Zhujiajiao è una gustosa meta del turismo locale, una sorta di “Murano” del Distretto Qingpu, estremamente rinomata per la tradizione culinaria: in questa China riaperta, e in una domenica di sole ci si trova in molti a  passeggiare per le sue calle, salire e scendere i suoi ponti, annusare le bancarelle di street-food, o sedersi nei suoi ristoranti dove con pochi dollari mangi in due dei piatti accettabili per il mio stomaco, che forse renderebbero perplessi invece molti altri.

Assenza pressoché totale di stranieri, sono stato intercettato da un gruppo di Indiani, arpionandomi in Inglese per chiedermi informazioni su da che parte fosse il centro del villaggio, mi sembra anche di aver sentito una bestemmia in italiano, ma forse era solo un attimo di nostalgia patria che mi ha fatto traslitterare qualche fonema Chinese.

 

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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