Sono a Genova.

Stamani sono uscito da casa che erano passate le 7, per aggrapparmi dopo poche decine di passi al bancone del Caffè  del Duomo, all’angolo tra il Vicolo di Chiabrera e Piazza San Lorenzo. Ci ho messo qualche secondo a riconciliarmi con la vita, grazie a un  espresso, servito con l’indispensabile bicchierino di acqua fresca, che prepara lingua e palato a gustare il sapore del liquido nella tazzina. 

Oggi mi fa compagnia la Signorina Tedesca Q343. Con lei voglio girare per i carruggi e leggere il Diario di Genova. 

Passeggiare per la Città Vecchia significa attraversare un intreccio di vicoli e strade dove la pietra, il mattone e l’intonaco raccontano storie antiche. Accanto ai portali medievali, ai palazzi nobiliari e ai muri secolari, si aprono altre narrazioni: graffiti, scritte, poster, disegni, stencil. 

Sono segni complessi e dinamici, talvolta inopportuni, e spesso destinati a sparire o a trasformarsi con continue aggiunte e correzioni. Sono anche capaci di trasformare la città in una galleria d’espressione diffusa, pulsante, spontanea. Un diario di vita che scorre tra i muri dei carruggi. I muri qui non sono più solo confini architettonici, ma sono diventati pagine su cui una vasta comunità scrive e riscrive la propria identità, i propri sentimenti, i pensieri, le rabbie.

 

Questa è una città verticale, costruita in salita, con i caruggi che si arrampicano e si incrociano in un labirinto che è anche lo spazio complesso e dinamico di una integrazione sociale e culturale. I muri, in questo scenario, sono protagonisti assoluti: sorreggono, dividono, incanalano, ma al tempo stesso raccolgono e ritrasmettono la voce dei passanti, come una miriade di differenti stazioni radio alle quali continui a collegarti ad ogni passo.

Le scritte, i disegni, i quadri sui muri dei vicoli hanno un impatto singolare, in un’architettura urbanista che si è sviluppata tra il IX e il XVI secolo: l’occhio li incontra da vicino, potendoli toccare, in spazi stretti che amplificano il messaggio.

Qui una semplice frase a pennarello può diventare potente quanto un’intera campagna pubblicitaria in un altro mondo, più ortogonale e moderno. Camminando nei sestieri storici della Città Vecchia, (Prè, Portoria, Molo, Maddalena, San Vincenzo e San Teodoro) si trova tutto: slogan politici, fedi calcistiche, poesie improvvisate, cuori e nomi intrecciati, disegni rapidi o stencil fatti con la bomboletta. 

C’è chi lascia un messaggio d’amore, chi rivendica un diritto, chi provoca con una battuta fulminante. Ogni muro racconta un momento, spesso con tono ironico o polemico, ed è difficile fare una precisa segmentazione per argomenti: tutto è, come la gente di qui, perfettamente integrato in un equilibrio che fa di questo posto una galassia multiculturale e multi-cromatica come veramente pochi altre città al mondo. 

Genova, la sua gente, mi parla attraverso i suoi muri.

Malgrado Il graffiti-writing sia arrivato a Genova a partire dagli anni ’80 e ’90, girando per i carruggi si trovano molte tracce antecedenti: alcune addirittura che indicano anche le zone off-limits per i militari Americani durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, testimonianze di quasi 80 anni fa, che resistono tutt’ora. 

È visto spesso come un atto di vandalismo, un gesto di ribellione contro l’ordine urbano, ma col tempo ha acquisito un valore culturale più profondo e complesso. La mia fotografia oggi si è concentrata sul linguaggio più diretto che appartiene alla strada: immediato, viscerale, libero, senza per questo trascurare la base importante rappresentata dai dipinti sulle saracinesche e serrande dei negozi.

È un gran casino di messaggi in stili differenti, come un wall-rap musicale durissimo.

I disegni sono, ovvio, quello che attira inizialmente l’attenzione, ma a Genova i muri sono pieni di scritte a pennarello o a vernice spray, con frasi che sono note a margine lasciate da una comunità invisibile per i propri simili. Alcune sono riflessioni esistenziali. Altre sono cariche di ironia e sarcasmo. Altre ancora dichiarano appartenenze politiche o calcistiche.

In questo mosaico, si costruisce una sorta di diario collettivo della città. Un social network analogico, un luogo di dialogo lento ma continuo. Ogni frase rimane per settimane o mesi, fino a che non viene cancellata o coperta, ma intanto diventa parte dell’esperienza urbana. Chi passa non resta indifferente: guarda, legge, sorride, riflette, fotografa, si indigna.

La scritta sul muro è un gesto che non chiede permesso, no ha dei filtri moderatori, e proprio per questo conserva una forza che altri linguaggi hanno perso.

Negli ultimi anni si è diffusa a Genova anche la pratica dei poster e dei collage. Artisti anonimi incollano manifesti con illustrazioni, frasi poetiche, immagini fotografiche. Altri annunciano iniziative, spettacoli, proteste e contestazioni. Spesso si tratta di lavori realizzati in piccolo formato, con un linguaggio più grafico e immediato.

 

La carta, destinata a deteriorarsi sotto la pioggia o a strapparsi al passaggio, porta con sé la precarietà del messaggio. Questa fragilità contribuisce al fascino: la città diventa, accanto alle scritte, un palinsesto dove fogli e stickers si sovrappongono, si strappano, si trasformano in nuove immagini.

Nel mondo social-digitale, il messaggio si consuma per sparizione attraverso il dito che scorre verso l’alto: qui a Genova invece è un social-wall, erede dei tazebao con cui sono cresciuto politicamente ormai una vita fa, dove la comunicazione si trasforma per addizione successiva. E non serve uno smartphone: basta alzare lo sguardo per leggere un messaggio, interpretarlo, farlo proprio.

Un verso stampato in nero su bianco, incollato in mezzo a manifesti commerciali. Oppure collages e stickers che uniscono volti noti e icone pop a elementi locali, come la Lanterna o i carruggi. In questo dialogo tra arte e contesto, i muri diventano il luogo dove il quotidiano si mescola con l’immaginario e l’individuale col collettivo e col sociale.

Ciò che emerge dai muri di Genova è una rappresentazione cruda e autentica della realtà e del “momento”, ma anche la traccia antologica del “prima”. Qui si leggono le tensioni politiche, le passioni sportive, i sentimenti privati, le paure collettive. I muri raccontano il disagio dei giovani che scrivono frasi di rabbia, la poesia di chi celebra la vita nel suo bene e nel male, ma anche la voglia di leggerezza di chi lascia un disegno buffo o una battuta surreale.

In una città che ha conosciuto difficoltà economiche e trasformazioni radicali, i muri diventano un termometro sociale: segnano umori, conflitti, speranze, perché il muro cambia in continuazione. 

Si, lo so, lo riconosco. Talvolta questa espressione valica il confine e diventa disagio e puro vandalismo, ma miuscendo mentalmente a isolare quello che è “la maleducazione dell’imbrattare”, l’impressione, camminando tra i vicoli e i quartieri, è che Genova si sia trasformata in una galleria d’arte comunicativa diffusa. 

Non una galleria ordinata e silenziosa, ma un luogo vivo, caotico, in continuo divenire. 

Ogni muro, ogni saracinesca è una tela collettiva, ogni scritta un frammento di discorso, ogni disegno un atto creativo. Scritte e graffiti non hanno il valore dell’arte “alta”, ma costituiscono un patrimonio immateriale fondamentale: raccontano la voce della strada, ciò che non troverebbe spazio nei musei. Sono segni fragili, ma proprio per questo preziosi per riconoscere l’identità di una città.

I muri, a Genova, parlano. Ascoltarli significa conoscere un po’ di più la città e chi la vive.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

One Comment on “I MURI DI GENOVA, UN DIARIO COLLETTIVO

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