Era ormai passata la mezzanotte da tempo, arrivando quasi a vedere il mattino litigare con la notte, quando Aik Beng Chia mi aveva detto “See you Bro at 8 tomorrow” in un accento Sing-Budwiser-English.

Quando stamani mi ha chiamato prima delle 6, con un accento al quale si era solo aggiunto una sigaretta e forse del dentifricio, dicendomi “We leave by 7”, non ho fatto una piega. Manco la forza di bestemmiare, dopo le 15 ore di voli che mi ero sciroppato ieri: ho rimboccato le occhiaie e sono sceso in strada dove mi aspettava accarezzando gatti randagi.

Le strade coloniali di George Town si svegliano tardi, e alle 7 sono ancora silenziose. Abbiamo cominciato a camminare nella città vecchia, io con in mente un caffè, Aik con in una mano una lattina di CocaCola e una sigaretta nell’altra. Un esemplare salutista, non c’è che dire.

Chi non ha perso il mio peregrinare in Asia, sa che i wet market — mercati umidi — sono una mia tappa obbligata ovunque vada. Il nome “wet market” deriva dal costante lavaggio dei banchi per mantenere fresca la merce in un clima tropicale. Ma ridurli a semplici luoghi di approvvigionamento sarebbe ingiusto: sono spazi sociali e culturali dove comunità diverse si incontrano, in un mondo dove il “delivery” è inesistente.

Tra i mercati storici di George Town, il più iconico è il Chowrasta Market, in Penang Road. Nato oltre un secolo fa, è stato rinnovato negli ultimi anni ma conserva l’atmosfera originaria. Al piano terra si trovano pesce fresco, carni e verdure, mentre ai piani superiori bancarelle di libri usati, vestiti e spezie raccontano la stratificazione culturale di questa città malese.

Qui si percepisce meglio che altrove il carattere cosmopolita della città: hokkien, malese, Chinese mandarino del basso impero, tamil e anche inglese si mescolano nei dialoghi. Il gesto, l’accenno, il movimento del corpo sono comunque parte del linguaggio universale  anche qui, e il mio modo di parlare viene accettato come parte del continuo.

Per molti penanghesi, venire al Chowrasta non è solo fare la spesa: è un rituale sociale, un’occasione per scambiare notizie, ricette, opinioni. Poi l’acquisto è diretto, a volte brutale, ma profondamente autentico. È un contatto con il cibo che restituisce la dimensione originaria dell’alimentazione.

Negli ultimi anni, anche qui alcuni wet market sono stati spostati o rinnovati per motivi igienici, e le nuove generazioni preferiscono supermercati o app di consegna. Eppure, molti continuano a resistere: per preparare piatti simbolo come il laksa o il char kway teow, gli ingredienti “giusti” si trovano solo qui.

Visitare il Chowrasta e gli altri mercati non significa solo osservare la città: significa entrare nel suo ritmo, dove tradizione e modernità convivono, e dove il cuore di Penang continua a battere, bagnato d’acqua e intriso di vita.

Tempo di un caffè e dim-sum adesso.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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