Nel primo pomeriggio di oggi il Corriere della Sera ha rilanciato una notizia diffusa esclusivamente da un singolo media israeliano, titolando — sia sui social sia nella prima pagina dell’edizione online — che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero attaccato l’Iran, colpendo un desalinizzatore.

Nessun altro grande sito riportava una notizia simile. Non la BBC, solitamente molto ben informata su queste vicende. Non la CNN. Nemmeno le testate locali negli Emirati Arabi Uniti.

Eppure, senza alcuna ulteriore verifica, il Corriere ha continuato a mantenere quella notizia in prima pagina, sfruttando consapevolmente l’equivoco generato da una dichiarazione ufficiale — “ci stiamo difendendo” — che in realtà si riferiva all’intercettazione di droni e missili da parte delle difese emiratine.

Solo nel feed interno delle notizie del sito è poi comparsa la smentita del Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti. Nonostante questo, il Corriere ha continuato per ore a mantenere in prima pagina una notizia falsa.

Se ci trovassimo in una situazione normale, sarebbe già un grave inciampo professionale. Ma oggi qui ad Abu Dhabi non stiamo vivendo una condizione normale: negli ultimi sette giorni abbiamo ricevuto quasi 1.700 tra missili e droni lanciati dall’Iran.

Pubblicare la falsa notizia di un attacco a un desalinizzatore, in questa parte del mondo, significa insinuare l’idea di un possibile crimine contro infrastrutture civili essenziali. È il tipo di informazione che può alimentare una spirale di odio, giustificare una ferocia cieca e incoraggiare una logica di vendetta che mette a rischio la vita di milioni di persone — soprattutto anche la nostra, qui, ad Abu Dhabi.

Pubblicare una notizia di questa gravità senza alcuna verifica, caro Corriere, non è solo un errore: è un atto di irresponsabilità gravissimo.

Più che celebrare i vostri 150 anni di storia, forse dovreste ricordarvi cosa significa fare giornalismo con responsabilità.

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

4 Comment on “GIORNALISMO CRIMINALE

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