Voglio inaugurare una serie di post che parlino di amici e conoscenti. È difficile e imbarazzante quello che mi propongo di fare ma, spero, verrò accettato con un filo di ironia e sarcasmo, sapendo che se parlo di voi è perchè vi voglio bene (“voi” nel senso seconda persona plurale senza nessun riferimento al “voi” del ventennio o di Faccetta Nera, eh!). Manterrò anche qualche barlume di anonimato e mi imegno in una radicale cancellazione nel caso che quello che scrivo non sia di vostro gradimento, nel senso che vi ho fatto girare i coglioni e le mie ironie le posso dedicare ad attenti clisteri.

Il mitico Nunzio è destinato ad inaugurare questa serie, complice il fatto che ha raccattato i miei umani resti ieri, quando sono atterrato la mattina presto dal Qatar. Oggi mi ha poi telefonato per confermarmi che il sito che gli avevo accuratamente suggerito per verificare arrivi e partenze dei voli e quindi i pick-up dei suoi clienti, gli segnalava ancora in volo quallcosa che era già atterrato mezzora prima. Bella mossa, eh?

Nunzio fa il “personal driver” in un mondo dove si hanno i “personal trainer“, i “personal shopper”, il “personal financial advisor” e mi fermo qui: ha una sua attività di “autonoleggio con autista” e si macina quasi 150mila kilometri in un anno. Io sono infastidito se devo guidare 100km, pensa te. Lui è un mito di serenità ed efficienza alla guida.

C’è stato un periodo di lavoro nel quale partivo quasi tutte le settimane con Swiss per un volo intercontinentale e utilizzavo spesso servizi di pick-up casa-Malpensa; abbiamo cominciato a vederci spesso e penso sia scoccata non la scintilla dell’innamoramento (siamo entrambi felici eterosessuali) ma una sorta di iniziale rapporto di fiducia reciproca che, negli anni, si è trasformato in una vera amicizia.

Nunzio è arrivato a fare il suo lavoro per scelta e lo fa veramente bene, garantendoti la cosa più importante, la sicurezza. La cosa più bella però è che ci diamo reciprocamente retta nelle dissertazioni o elucubrazioni mentali (chiacchierate) che ci fanno passare velocemente il viaggio.

Lui è un inguaribile e sereno ottimista, che sa anche ridersi addosso con piacere e naturalezza: ieri mi ha detto della barzelletta sulle suocere che ha raccontato alla suocera, ottenendo il risultato di non farsi parlare per giorni. Mentre lo faceva abbiamo scartato l’autostrada, facendo invece un percorso secondario che ci ha portato (senza un solo minuto di ritardo) a destinazione godendo però del verde della campagna lombarda: io gli ho descritto il mio stupore quando un collega aveva augurato a 6 clienti, mussulmani ortodossi, una “Buona Pasqua, eh! Che avete, il cammello pasquale invece della colomba?” che ha fatto lo stesso effetto di fargli chiudere i testicoli in un cassetto (ai clienti, non a Nunzio).

Invidio la serenità con la quale si scarrozza alcuni rompiscatole meritevoli di arrancare su un monopattino, cui dedica la stessa professionale attenzione che offre ad alcuni personaggi di buon potere che usano normalmente i suoi servizi. Io non ce la farei e, con temperamento quasi romagnolo, ogni tanto ne scaricherei qualcuno in un’area di servizio.

Mi sembrano appropriate un paio di immagini che ho scattato nel 2003 per le strade di Bangalore (India): il triciclo ape-car è un taxi che usavo normalmente quando ho lavorato lì (vedi anche post “Ho cenato veramente male” sui miei esperimenti culinari da quelle parti). John, collega americano che adesso è approdato ad altra professione, chiedeva anche che l’autista cantasse per offrire un po’ di musica in sottofondo durante il trasporto. Va da sé che lo mandavano a cagare in hurdu.

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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