Rientrato a Milano, praticamente per pochi minuti. Son riuscito a fare numerosi danni sul lavoro e confondere molte menti: l’indecisione dell’interlocutore se io sia “genio” o “gran pirla” regna sovrana con una spiccata tendenza che si indirizza verso il classico epiteto milanese.

Dopo oltre quindici giorni ho rivisto Beria (il mio cane, vedi “Meglio evitare di cagarsi sulla coda” e altri post), che durante la mia assenza, ha passato una delle due settimane in una pensione/colonia che secondo la mia visione è il Burj Al Arab Canino, secondo la sua una via di mezzo tra una pensioncina della riviera romagnola e un Guantanamo Bay.

A riprova della mia tesi ho condiviso il conto per l suo “alloggio”: cuccia-suite, personal walker, canin-spa quotidiana con spazzolata, etc. … la sciocchezza mi ha sciolto la carta di credito. Beria ha invece sostenuto che fosse costretta a indossare una tuta arancione e le abbiano fatto passare qualche brutto momento di waterboarding.

Il nostro incontro ieri sera a casa è stato aperto dalla rituale “Danza-della-felicità-per-ritorno-di-uomo“: si muove descrivendo degli 8 intorno alle mie gambe, strusciano pelo contro i miei pantaloni mentre mi mordicchia la mano e ulula che sembra declami il Macbeth.

Qui non fatemi una figuraccia: Macbeth non è l’ultima App per iPad che permette di campionare la voce ma una roba scritta ai primi del 1600 da William (non il futuro re d’Inghilterra che si sposa venerdì ma “IL” William Shakespeare): mi ricordo di averne visto una realizzazione teatrale curata da Strehler nel giurassico degli anni ’70. Deve essere stato lo stesso periodo nel quale ho scoperto anche la cultura psichedelica perché alla fine del secondo atto, tra le Tre Streghe, La Corte Di Danimarca, Lady Macbeth, Duncan (mi sa che questo lo ammazzano), Macduff e altro, espressi un sintetico giudizio a mio padre: “un troiaio di storia”. Il suo sguardo riprorevole durò solo fino alla stagione teatrale successiva, quando lui si mise sonoramente a russare in platea durante il trentaduesimo atto di un’interminabile “Re Lear” e, con generale imbarazzo, gli assestai una gomitata che lo svegliò non prima però di aver emesso un ulteriore sonoro ruggito.

Bando alle divagazioni e fatemi tornare sulla “Danza” di Beria: nel muoversi intorno ai miei pantaloni provoca anche la felicità della mia lavanderia. Non solo riesce a lasciarmi sul “vestito da lavoro” una quantità di pelo sufficiente a imbottire un paio di cuscini, ma riesce a “tracciarmi” con il suo odore: il risultato è che il vestito parte immediatamente per il lavaggio.

Stamani, complice il fuso, mi sono alzato prima delle cinque e sono andato a fare una passeggiata col cane, incassando la felicità degli addetti alla sorveglianza del palazzo uffici davanti a casa mia e dei conigli che popolano (in abbondanza) i giardini.

Beria si trasforma (ci prova) in cacciatrice (ma manco i conigli la prendono sul serio): mettendosi nella posa della “punta” comincia a muoversi con estrema cautela e lentezza, facendo emergere le vaghe traccie del canide-lupo ancora presenti nel suo dna. La situazione diventa paradossale quando il coniglio-target zampetta via, la cagnona mi guarda con un’espssione che vuol dire “oh cazzo”, e poi parte in un inseguimento a zig-zag per il campo che manco Steve McQueen in Bullit riesce a fare giú per Lombard Street a San Francisco (dovete esse stagionati come me per ricordare questo film, lo ammetto).

Sotto un’immagine che ho scattato qualche anno fa’, proprio a San Francisco.

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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