Da diversi anni leggo con abitudine AlertNet (www.trust.org), sito della Reuter Foundation dedicato alle crisi ed emergenze umanitarie. Rappresenta, a mio avviso, un bell’impegno di giornalismo sociale ed è alimentato dalle quasi 200 sedi dell’agenzia giornalistica intorno al mondo oltre che dal contributo di un alto numero di giornalisti free-lances.

AlertNet nasce nel 1997 come “reazione alla mancanza di reazione” della comunità e della stampa internazionale ai genocidi in Rwanda del 1994: costituisce un polo di aggregazione per 500 organizzazioni non governative di oltre 95 diversi paesi. Altre ai maggiori eventi, AlertNet ha il pregio di coprire anche le “dannazioni dimenticate“, guerre, drammi o catastrofi che non bucano più i media ma non per questo non sono causa di sofferenze.

L’articolo che oggi mi ha colpito riguarda l’approvazione di una legge nelle Philippines che bandisce l’impiego dei bambini-soldato. Non so se vi rendete conto: è addirittura necessaria una legge per impedire il crimine di rubare l’innocenza ai bambini. Pazzesco.

In Africa, e soprattutto in guerre civili/etniche come quelle che hanno insanguinato la Sierra Leone per quasi 20 anni, l’impiego di bambini è stato solo un crimine nei crimini: non riesco a stilare una classifica ma è qualcosa che mi riesce sempre a colpire. Andatevi a vedere un gran bel film, Blood Diamonds, per capire e rivivere – sebbene nella finzione edulcorata della pellicola, che è successo laggiù.

Allargando il discorso, sfruttamento dei bambini è purtroppo pratica quotidiana ancora oggi in molti dei paesi che visito per lavoro: dagli abusi sessuali all’impiego in miniere, alle linee di produzione di beni di consumo che poi troviamo nei nostri banchi in occidente. Per fortuna sempre più organizzazioni stanno mettendo all’indice questi abusi.

Una delle cose che ho visto di persona è l’uso di bambini-fantini nelle famose corse di cammelli in medio oriente. Oggi ufficialmente proibito (ma tutt’ora largamente usato), vengono sostituti con robot ma nelle aree rurali esiste ancora un fiorente contrabbando di bambini per questo impiego.

La foto sotto fa parte di una serie che ho scattato nell’aprile del 2005, non tanto nel passato quindi, a poche decine di kilometri da un tempio del consumismo che attrae centinaia di migliaia di persone ogni anno ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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