Ci sono, ci sono, cazzo!. Mi avete scritto chiedendomi che fine avessi fatto, aggiungendo le ipotesi più fantasiose e vi rispondo subito pubblicamente:

  1. no, non sono partito per una crociera con Jennifer Lopez dove avrei ballato la lambada (si, ovvio, fatto solo quello, che credete?)
  2. no, non sono annegato nel tentativo di bere una nabucodonosor di birra delle Tenute Collesi in un solo sorso, tentando di emulare Maiorca al tentativo dei 95 metri in assetto variabile
  3. no, non mi hanno spedito a Sanaa in Yemen a dirigere il traffico di insorti verso il Palazzo Presidenziale dopo che il boss di cui parlavo qualche post fà (cazzo, son peggio di Cassandra) se l’è filata a Riyadh (vedi http://wp.me/pxAN5-iM)
  4. no, non ho deciso di partecipare alla ultra-maratona di Perth su tacchi a spillo, perchè non è il tipo di distanza che mi si confà, e infine …
  5. no, non mi è venuto un colpo e mi son sfregato le gonadi al pensarlo.

La ragione di 3 giorni di assenza? Semplice, insano incasinamento.

Vediamo di ricostruire un po’ gli ultimi giorni che tra lavoro (compreso sia sabato che domenica, che si benedica il weekend Saudita del Giovedì e Venerdì, cazzo), gestione della Cami, Beria scatenata, pioggia della madonna, casini assortiti, mi hanno strappato dal condividere il panta rei quotidiano con voi (“Πάντα ῥεῖ”, Eraclito – spazzolatevi wiki voi che io adesso non ho tempo).

Atterrato Giovedì sera, ha continuato ininterrottamente a piovere. Ogni volta che stavo uscendo di casa per pascolare Beria, Giove Pluvio decideva di aprire l’acqua del suo bidet olimpico e rovesciarla sul kilometro quadrato nel quale arginavo i miei movimenti. Il cane se ne curava poco, anche se è ormai consapevole che l’odore del pelo bagnato la confina peggio di un lebbroso. Io rientravo, 20 minuti dopo, “bagnato come un pulcino”. Pulcino di 120kg, ma sempre pulcino. Le labbra chiuse in una masticata imprecazione.

Ho infilano un mano dentro la tasca della giacca impermeabile e ci ho trovato il biglietto di ingresso per il Freycinet Nationl Park, Tasmania (Australia): deve essere rimasto lì da Marzo, quando ho fatto un trekking da quelle parti. Mi è venuta una nostalgia di Australia che non finisce più e mi son messo a suonare il didgeridoo che ho a casa.

Adesso, su Eraclito ve la siete cavata, ma due parole su didgeridoo ve le beccate e non rompete che sennò vi sego agli esami.

Il didgeridoo è uno strumento musicale utilizzato originariamente dalle tribù Aborigene dei territori del nord in Australia, praticamente da sempre. Sono tronchi di eucalipto, tagliati ad una lunghezza tra il metro e i tre metri, scavati all’interno dalle termiti e cui si pone una sorta di imboccatura fatta di cera dura. Lo si suona facendo vibrare le labbra e modulando attraverso l’aumento o la riduzione del volume della cavità orale le varie note. Viene suonato nel cosiddetto “respiro circolare“, essenzialmente costruendo delle sacche d’aria nelle guance e poi espellendolo contraendo la muscolatura mentre si inspira con il naso. Mica difficile: le prime volte ci sputate l’anima ma poi è una sorta di mantra.

Quando lo suono, Beria tenta di addentarlo: temo che ci siano delle frequenze prodotte (per noi non udibili) che le facciano lo stesso effetto di una ceretta sul culo. Mai provato ma non deve essere certo una gran bella sensazione.

Cavatomi la nostalgia australiana e un gran bel po’ di aria nei polmoni ho deciso di proseguire l’esperienza musicale e ho attaccato la mitica Les Paul Standard (chitarra elettrica, per i non addetti ai lavori) all’ampli Fender e ho sognato Neil Young. La vicina di casa ha invece sognato di strozzarmi.

Altro? Si, ho passato circa 32 ore al telefono parlando in inglese. Una goduria. Una noiosa goduria al cui confronto collezionare francobolli giapponesi raffiguranti motivi floreali è uno sport estremo.

L’immagine di oggi? Il negozio di Sydney dove ho comprato l’anno scorso il mio didgeridoo e dove mi hanno insegnato a suonarlo. A domani guys, mo’ ricomincio di buzzo buono ad aggiornarvi.

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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