L’altro ieri stavo guidando i 160km di traffico a 6 corsie che separano Abu Dhabi da Dubai: il giovedì pomeriggio è un continuum spazio-temporale di autovetture distanziate di pochi metri. Non hai spazio nè davanti, nè sulla corsia opposta, nè dietro. Guida difficile e altissima percentuale di incidenti vista la quasi totale assenza di distanze di sicurezza.

Mi si pianta dietro, letteralmente a centimetri dalla mia autovettura, un colossale suv guidato da un locale. Vedo dallo specchietto retrovisore che ha in una mano un cellulare con cui sta parlando e scherzando con l’interlocutore. A fianco una bambina, in piedi sul sedile, senza cintura di sicurezza, sta giocando con una bambola vicino al parabrezza. Avrei potuto distinguere particolari come le ali dei moscerini spiaccicati sulla grata del radiatore tanto era vicino.

Mi punta fari addosso e simula ripetutamente un tamponamento arrivandomi dietro in piena velocità e poi frenando di colpo a pochi centimetri. Non posso dargli strada, non ho lo spazio per immettermi nella corsia di destra per il traffico.

Taglia la strada ad un’altra autovettura, mi sorpassa a destra, mi si mette davanti e inchioda per farmi andare addosso. Freno e mantengo una minima distanza che mi consanta di reagire in tempi utili. Rifà il giochetto criminale della frenata a 100 all’ora e ogni volta lo evito, rischiando però di farmi tamponare dietro. Poi si stufa e ricomincia esattamente lo stesso gioco con la macchina che adesso ha davanti, e poi ancora con quella successiva. Vista la densità di traffico lo posso seguire e vedere ripetere questo suo criminale e arrogante comportamento almeno altre 5 volte.

All’altezza della Mall of The Emirates un incidente blocca la corsia più a sinistra e sfilo qualche decina di autovetture fino a fermarmi a fianco di un grosso suv. Quello di prima. L’idiota fuma, parla al telefono e distrattamente gioca con la bambina, sempre in piedi sul sedile anteriore.

Mi chiedo seriamente se valga la pena di fare un gesto umanitario: scendere dall’auto, aprirgli lo sportello, tirarlo giù dalla macchina e massacrargli la faccia a cazzotti. Spaccargli il setto nasale sbattendolo contro il paraurti lasciandolo lì a terra sull’asfalto bollente per poi sparargli due calci nelle costole e uno nei coglioni.

L’unica cosa che mi trattiene è il fatto che verrei arrestato, tradotto in carcere dove non sono accomodanti con gli stranieri che (a torto o a ragione) entrano in dispute con i locali e infine (dopo aver scontato la condanna), deportato. Mi vedo in “Midnight Express” (“Fuga di mezzanotte“, 1978 con Brad Davis, film drammaticamente vero) e, onestamente, non ho voglia di passare tutto quell’incubo in una prigione nel mezzo del deserto.

Credetemi, è l’unica cosa che trattiene il mio forzato pacifismo dall’essere svegliato dalla sopita violenza sempre presente e all’erta. Non vale la pena di finire in galera per un gran coglione arrogante.

L’immagine di oggi è il mio “late lunch” intorno alle 16, all’aeroporto di Riyadh: potete distinguere le sane pietanze, l’ottimo servizio, la fantastica igiene e la lettura rilassante.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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