Numquam ponenda est pluralitas sine necessitate” raccontano dicesse il frate francescano William of Ockham intorno al 1500: traducendo in Vagnozzese comune viene una cosa tipo “non facciamo puttanate inutili e manteniamoci su binari di semplicità, eliminando tutto il superfluo, cazzo“.

Stavolta è Gigi che mi stimola la riflessione popolar-filosofica, usando grande buon senso dopo essere stati seduti a ibernarci le gonadi per diverse ore nella solita meeting-room criogenica in Arabia Saudita.

Tagliamo tutto quello che non serve, come faceva quel filosofo inglese … il rasoio di Occam, ecco!” ha detto, ricevendo la solito plauso derivante dalla comprensione e dal consenso illuminato di una platea avvezza a digressioni di logica pura.

Perchè gli inglesi si radono la barba adesso?” ha chiesto uno dei nostri interlocutori. Un altro è uscito per postare un ordine al buio su azioni della Gillette, della Squibb e della Wilkinson, pensando si stesse facendo insider trading da iniziati a società segrete. Matteo ha proposto che andassimo tutti a mangiare da Pizza-Hut nella Faysalya Mall (lui si che ha saputo cogliere l’attimo).

Concedetemi tre righe di cultura banalizzata su Occam (Ockham): pur non essendo una gran novità, il William ebbe la ragione di enunciare un principio logico euristico-olistico che ha offerto un grande aiuto più nell’analisi di teorie che nella loro enunciazione. Nel 2005 un matematico, lavorando su teorie di intelligenza artificiale universale (“dio è un supercomputer“, roba che sembra di essere nella trilogia di Matrix) arrivava a confutare la storia del rasoio, ma, ragazzi come Newton e Bertrand Russel (su cui ho fatto la mia tesi di logica) hanno utilizzato il pensiero del Francescano inglese per lo sviluppo delle loro teorie.

Tornando al mio linguaggio comune direi che “Occam aveva i coglioni e ha tirato fuori una gran bella pensata“. Quando vi trovate dinnanzi ad un problema da analizzare, cominciate a fargli la barba, semplificatelo all’essenziale e non ricorrete inizialmente a ulteriori fattori esterni.

Abbandono la filosofia e la logica per dirvi che, atterrato fresco come un sorbetto al fagiolo alle 6 di mattina in quel di Malpensa, pensando di essere ancora un ragazzino, ho inforcato la moto e mi son lanciato su un percorso di quasi 300 kilometri.

La noia dell’autostrada nella prima parte ha fatto da buona compagna al mal di culo (è oltre un anno che non salgo più in moto) e alle maledizioni nei confronti degli automobilisti.

Ho elaborato una teoria che sarà nota come “Il Macete Di Mau” (vedi Gigi, che Occam ispira): più grossa è l’autovettura, minore è il volume celebrale. La storia del SUV criminale che ho raccontato qualche giorno fa in “Arroganza“, trova completamento qui nella totale assenza di rispetto anche sulle starde italiane, ma mi fermo qui che è meglio.

Quando sono finalmente arrivato sulle curve delle Dolomiti, Giove Cornuto Pluvio ha deciso di far scendere sull’asfalto una micidiale pioggerellina viscida che mi ha suggerito un’andatura da procione lavatore, facendo curve ad angolo retto dopo un paio di scivolate che solo un consesso di Santi ha impedito finissero in rovinose cadute.

Mi son consolato con una bottiglia del Birrificio Artigianale di Anterivo: produzione di nicchia, dal costo simile allo champagne Krug, mi ha comunque riconciliato con il mondo.

Ecce Homo! Sono in ferie!

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “Il Rasoio Di Occam

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