Sono a Dubai, arrivato qui da “non mi ricordo dove“, via “non so dove“, ma ho in tasca le ricevute di taxi risultato di un meeting a Paris lunedí. So che devo vagare tra Asia e Medio Oriente almeno per le prossime due settimane, ma ho un piano di spostamenti molto approssimativo e un bagaglio ad “albero di natale” che mi prepara al peggio.

Direi che l’anno fiscale che comincia oggi, sorta di ennesimo Gondwana alla deriva sulle placche continentali, parte alla stragrande per quanto attiene la mia lucidità. Se pensate che “Gondwana” sia una marca di preservativi non avete speranza.

Comunque il “sono a Dubai” è un’affermazione temporanea, visto che son seduto nella poltrona 2C, con la grande Amy Winehouse che mi canta nelle orecchie “they tried to make me go on a rehab but I say ‘No, no, no’” e con Liaya, flight attendant della Qatar che, a gesti, mentre canto ad alta voce il ritornello, mi dice che devo chiudere ipad e prepararmi al decollo.

Rimango per un attimo affascinato dalla bellezza dei suoi lineamenti indiani e da due splendidi occhi castani, per poi reagire in automatico ed essere, in pochi secondi, pronto alla rotazione, il momento più bello di un volo, quando un aereo, gravato anche del peso del sottoscitto, si libera nell’aria come se avesse inghiottito in intero flacone di LSD.

È l’Eid, la festa che celebra la fine del Ramadan: l’albergo ultraconservatore dove alloggio da anni, che costudisce con gelosia la privacy e la tranquillitá dei suoi ospiti, si è trasformato in uno zoo chiassoso per la transumanza di numerose decine di famiglie locali. Stamane alle 7 la piscina, normalmente totalmente deserta, sembrava un parco acquatico della romagna.

Anche la sala breakfast, normalmente votata al silenzio religioso mentre celebro il rito della colazione a base di fette di pane integrale e salmone (si, lo so, non è molto in linea con le mezzah della tradizione araba, ma mangiatevi voi fagioli, cipolle crude e cetrioli appena svegli e poi mi dite), la sala breakfast dicevo, sembrava il chiosco della stazione Termini durante l’esodo di Pasquetta.

Sono miracolosamente riuscito a mantenere quasi tutti i meeting che mi ero pianificato e ho anche fatto un divertente incontro con un signore che, come business di famiglia, si occupa di “sicurezza attiva“: il mondo di “contractors“, neologismo per il classico “mercenari“, “war lords” e forniture in barba ad alcuni embarghi, ma soprattutto in barba alle dichiarazioni dell’uomo mi ha sempre dato un certo disagio e me ne mantengo alla larga.

Abbiamo parlato di rugby, ma temo lui consideri anche pienamente legittima la regola di sparare all’avversario per placcarlo.

Ho tentato di condivide qualche riferimento storico, menzionando il Lanzichenecchi, temibili mercenari che, intorno al 1400-1600, servirono Papi e Re …. ma questa ve la racconto domani, così la curiosità vi spinge ad un altro click!

La foto di oggi è l’ordinata area “Unclaimed luggage” (bagagli smarriti) di un aeroporto che frequento spesso: mi spiace per il “mosso”, ma, quando dico “perdete ogni speranza o voi che perdete qui le valigie“, mi capite.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “E io ho detto “no, no, no”

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