Sono seduto, come un miserabile, con pantaloni corti maglietta spiegazzata e senza scarpe, nell’aeroporto di Colombo in Sri Lanka. L’aria leggermente sconvolta è caratterizzata da un continuo, impercettibile movimento delle labbra: mantra chiederete voi? Bestemmie, rispondo io.

Facciamo un veloce rewind: ho qualche giorno libero e decido di spiaggiarmi in un atollo vicino all’equatore. Certo, direte voi, ti manca il caldo, il sole, ecc, avendo lavorato per almeno gli ultimi 12 mesi sempre in paesi del Golfo Persico. Fatevi i cazzi vostri, avevo voglia di tornare alle Maldive.

Organizzato tutto meglio di Rommel: volo con miglia della Qatar, albergo con punti dell’Hyatt, incastro con l’Eid. Perfetto. Si, sulla carta.

Parto da Doha con una buona mezz’ora di ritardo e, cazzo, mi son dimenticato come si viaggia di notte in economy: dopo un’ora il cocige interpretava l’Amleto con realismo e avevo i radi capelli del passeggero davanti a me in bocca per la vicinanza tra i sedili. Uno spettacolo che solo il vecchio trucco di aprire il soffione dell’aria al massimo e gelargli i bulbi gli ha fatto rialzare il sedile.

Chi se ne frega! Spirito d’avventura vacanziera mi son detto, anche se devo riconoscere che le 56 ore di volo che ho fatto in Marzo per il trekking in Tasmania me le sono rigorosamente concesse tra business e first.

La faccio corta, quattro ore e mezza dopo, arrivo a un’ora di volo da Male dove devo atterrare, e il livello delle turbolenze aumenta considerevolmente: ho più ore di volo di un generale dell’aviazione, se vi dico che si ballava di brutto, credetemi.

Al secondo patetico tentativo di atterraggio con una visibilità nulla e correnti peggio di un effetto-flipper sulla pallina, il comandante ha avuto il buon senso di mollare il colpo. Ha fatto guaire i due motori General Electric fino quasi all’urlo nella nebbia, ha tirato su il muso e ha deciso, visto il carburante che gli rimaneva, di portare le chiappe in Sri Lanka.

Atterrati nel ridente aeroporto Bandaranaike. Grazie ad uno status semi-presidenziale l’assistenza della Qatar mi ha parcheggiato nella lounge dove sono collassato per un’ora di sonno. La perturbazione è passata ma l’equipaggio ha superato le ore massime di volo: ne spediscono uno nuovo-nuovo da Doha che arriverà qui tra 6 o 7 ore. Poi devo arrivare a Male. Poi devo prendere un idrovolante per un volo di un’ora. Poi ho 75 minuti di barca. Ma starmene per due giorni in piscina, no eh? I’m pirla di brutto.

Giornata di spiaggia e immersioni : 0 – Sfiga quantica 1.000.

Si comincia alla grande. La foto di oggi non può che essere il ridente aeroporto.

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

3 Comment on “E due General Electric urlavano nella nebbia

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