Stamani, quando alla Concierge del Park Hyatt mi hanno detto “we have upgraded you on the transportation to Abu Dhabi” qualche primo sospetto mi doveva venire: upgradato a che? Il sospetto doveva insinuarsi ancora di più quando, salendo a bordo di una Mercedes-proiettile dalla cilindrata simile al PIL del Guatemala, notavo che una fiamma azzurra stile aerei F106 usciva dai tubi di scappamento e la cintura di sicurezza era a 4 punti di allaccio.

La guida dell’autista (meglio dire “pilota“) è stata normale fino all’imbocco della Sheik Zaied Rd., poi, come se avesse acceso i postbruciatori e i motori supersonici un Concorde, mi son sentito schiacciare nel sedile e ho vissuto l’esperienza einsteniana della contrazione dello spazio e dilatazione del tempo: mentre ripassavo l’e=mc2, speravo che l’area di Jebel Ali non si trasformasse in antimateria e quindi in un buco nero.

Continuo a pensare alla volta che, atterrato ad Athens nel pieno della notte, ho evitato per pochi centimetri un incidente siderale in taxi: in questo caso se andiamo a cozzare contro qualcosa verrò semplicemente vaporizzato in una bolla di energia e l’auto si accenderà come una supernova. “Va pian, ostia d’un bagaj” dico al tipo che tiene il volante, ma non mi ascolta.

Sullo Zayed Bridge, 41 minuti dopo, ho intravisto un commissario di gara che sventolava una bandiera a scacchi: l’autista ha azionato aerofreni e paracadute per rallentare e depositarmi, con occhi sbarrati, davanti all’ingresso dell’ufficio. Porca puttana che velocità: secondo me non sono manco scattate le speed-cameras, in quanto tarate per intercettare veicoli dai 140 ai 220kmh. Oltre i 300km nulla viene preso in considerazione.

Il resto della giornata è passata senza lode ma con moderata infamia: l’unico fatto saliente è stato che hanno messo dei tornelli stile Brunetta all’immigration nell’aeroporto di Abu-Dhabi e io, che son passato con trolley + varie appendici, mi ci sono incastrato, facendo scattare allarme e provocando una carica delle truppe cammellate guidate da Laurence d’Arabia.

La foto di oggi merita qualche parola in più e un po’ di cerimoniale. Ho “rottamato” uno dei più fidi trolley: quasi mi trema la mano dall’emozione. Ho dato un’occhiata ai brandelli di security stickers e Mocba, Almaty, Tripoli, tutti i paesi del Golfo, Cayman Island, JFK e decine di altri. Belin quanto ha viaggiato sta valigia.

Ha perso una maniglia, rotto la base, una ruota sta partendo e ha un paio di colpi: per un attimo ho pensato di riportarmela a casa, come cimelio da esporre a testimonianza di almeno un milione di miglia percorse. Poi il romanticismo ha ceduto il passo alla ragione.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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