Giá la vita sociale mi riesce male a casa, in viaggio di lavoro ancora peggio.

Cocktail event in una prestigiosa location di Doha, con pavimenti che hanno praticamente trasferito Carrara nel Golfo Persico (marmi, ndr), un lampadarioa tsunami” (dire “a goccia” sarebbe fortemente limitativo per il diametro di 7 metri abbondanti), red-carpet, fotografi, abiti da pret-a-come-cazzo-si-dice, conversazioni educate. Insomma, l’ambiente giusto per mettersi un dito nel naso e risistemare gli “occhiali” incastrati nei boxer, ovvio!

Botta di culo che nell’invito avevo letto distrattamentedress code: formal” che altrimenti arrivavo in braghe corte, sneakers e polo pataccata. Quindi ho fatto stirare l’unico pantalone serio che mi ê rimasto (vedi cosa é successo all’altro nel post di ieri “Uno squarcio“): dire “stirare” é limitativo.

Ieri sono rimasto seduto in compagnia di 42 avvocati (brutta roba, credetemi) per circa 2 ore e poi seduto ad una scrivania per altre 8 ore. Il tessuto sull’inguine componeva una fisarmonica zigana e le pieghe sulle gambe erano un patetico ricordo: secondo me hanno usato la fiamma ossidrica per ridare loro una forma e un aspetto accettabili.

La social community a Doha non é cosí numerosa e le occasioni mondane quali un cocktail party sono ghiotte per “sfoggiare“. La serata presentava 8 differenti chefs che realizzavano assaggi di loro speciatitá, il tutto condito con una rock band che interpretava covers anni ’70 da 5 differenti tavoli da buffet e 4 “punti ristoro” che stappavano boccie di champagne come si fosse sul podio di un GP di formula 1.

Al 14esimo assaggio in uno slalom di flutes, canapé, chitarre elettriche e signore eleganti, mi son reso conto di aver oltrepassato il limite etilico, avendo bevuto 2.6 flutes di Champagne.

Non é un errore, il punto tra il 2 e il 3 indica che ho bevuto poco più di due calici e mezzo ma, visto che ormai sono quasi tristemente astemio, i freni inibitori della mia linguaccia si solo allentati e, in preda a serena ilaritá ho cominciato a far fatica a trattenere le risate per le mises più iconoclastiche.

Vince il premio “Truzza Per Una Sera” una gentile signora over-50, in leggero sovrappeso nei posti più sbagliati che, non felice di aver indossare un pagliaccietto nero inguinale, con trasparenze degne di Salomè che avrebbe invece dovuto censurare, con abbronzatura spry stile Jersey Shore e bracciali d’oro a fattezza di aspide che le cingevano entrambe le braccia, non contenta di ciò – dicevo – si é truccata come un soggetto sessualmente ambiguo, dedito al mercimonio del proprio corpo.

Quattrocento parole di pirlate possono bastare oggi: mi affaccio alla finestra e vedo sorgere il sole, mentre per l’umiditá mi si appanna sia cristallino che retina, ma ho scattato un’immagine per darvi l’idea …

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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