Il 24 Ottobre 1960, esattamente 51 anni fa’, Nikita Khrushchev, Presidente del Soviet Supremo del URSS (CCCP), annunciava una tragedia: diversi ingegneri aerospaziali russi erano periti in un incidente aereo.

La verità invece (come si scoprirà molti anni dopo, e accettata solo nel 1989 come versione ufficiale) va sotto il nome di “Catastrofe di Nedelin“, dal nome del Generale Mitrofan Nedelin, perito nell’ “incidente“.

Il giorno precedente (23 Ottobre 1960), nel Cosmodromo di Baikonur, in Kazakhstan 250 kilometri ad east del Mare di Aral (altra catastrofe su cui un giorno vi racconto qualcosa), si stava rifornendo il prototipo del Soviet R-16 ICBM, il nuovo missile intercontinentale alimentato col “Veleno del Diavolo“, un propellente liquido a base di acido nitrico e hydrazina, altamente corrosivo e tossico, ma incredibilmente efficiente come carburante.

L’R-16 era un giocattolino progettato da Mikhail Yangel, insigne ingegnere spaziale sovietico: alto 30 metri, del diametro di 3 per un peso complessivo di quasi 150 tonnellate.

Alcuni operai, nel corso della preparazione, avevano danneggiato la membrana pirotecnica di separazione del primo stadio e parte del carburante era entrato nella camera di combustione.

Questo non causava un pericolo immediato ma, a causa proprio dell’elevata corrosività, se il liquido fosse rimasto per più di 48 ore nella camera di combustione avrebbero dovuto buttar via tutto il motore e ricostruirlo da capo, ritardando di parecchie settimane il lancio.

Si prese la decisione di accelerare il programma e lanciare il giorno successivo (24/10/1960): i componenti mancanti vennero istallati velocemente e il tutto adattato all’imminenza del lancio. Numerosi militari e dignitari della nomenklatura furono invitati in tutta fretta a partecipare all’evento.

Nella confusione e nell’affanno di concludere si attivarono simultaneamente alcune procedure di assemblaggio e di controllo: il PDC, un distributore di impulsi elettrici che doveva attivare le cariche esplosive delle membrane di separazione tra il primo e il secondo stadio, venne lasciato su “pre-lancio” (posizione di test) e non “post-lancio” (posizione d’uso).

Uno zelante ingegnere osservò anche che il timer del PDC non era stato resettato (per attivarsi poi col lancio), e lo riportò a “zero“.

Il resto ci è stato raccontato dalle telecamere che si sono attivate automaticamente al momento del lancio e da Andrei Sakharov (futuro premio Nobel per la Pace e i Diritti Civili): 150 persone sono state incenerite istantaneamente e altrettante sono morte per le ustioni o per l’intossicazione, portando un conteggio (sempre secretato) a olre 300 vittime.

Mikhail Yangel (l’ingegnere progettista) sopravvisse.

Khrushchev incaricò  Leonid Brezhnev di condurre una inchiesta segreta sull’accaduto e questi concluse che tutti i responsabili erano comunque già deceduti nell’incidente: “I responsabili sono già stati puniti con la morte“.

A Yangel, interrogato da Nikita Khrushchev fu chiesto  “Ma perchè tu sei sopravvissuto?” («А ты почему остался жив?»). Yangel rispose con voce tremolante  “Ero andato a fumarmi una sigaretta, è tutta colpa mia” («Отошел покурить. Во всем виноват я»).

Evitiamo comunque di dire “Il fumo ti salva la vita“.

Ho scovato un documentario eccellente sull’accaduto (purtroppo solo in russo, ma la dizione è molto chiara e, se volete, potete solo guardare le immagini, barlafuus): questo è il link su youtube.

Non trovo le poche foto che ho fatto durante una settimana di lavoro in Kazakhstan, ma, credetemi, erano abbastanza inquietanti. Ve ne mostro una che ho scattato a Tripoli, a fine Gennaio di quest’anno: sull’argomento “materiali non funzionanti” può essere un ottimo esempio …


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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