L’aeroporto di Lisbona mi accoglie nella nebbia e mi garantisce una buona mezz’ora di ritardo, ma sono zen e non me ne frega molto. Il primo incontro con la lingua portoghese l’ho con il taxista: mi sembra che le consonanti facciano il Ghisallo e le vocali surfino sulla lingua.
Mi rinchiudo in una meeting-room con 6 avvocati e due contract managers: provo a dire “giurisprudenza” in portoghese e a momenti riempio di saliva la camicia nel tentativo di emulare la pronuncia con la lingua che fa chicanes e varianti ascari.
Il leggero pranzo che interrompe la prima fase è la santificazione della papille: prendo mousse di bachalao su pane caldo, frittelle di bachalao e bachalao con crema, patate e panna. Tutto leggerissimo, con lo stesso peso atomico dell’uranio arricchito, ma non è questo il problema: l’uso dell’aglio è intensissimo.
Narrano che i vampiri si suicidino alla sola lettura di un ricettario portoghese: posso capirli e annego la mia digestione in un cocktail di acqua gassata e coca zero che mi provoca sopiti rutti al cui confronto l’urlo in amore di un gorilla di montagna è riflessione da rosario snocciolato.
Fatemi chiudere qui: devo scappare a far colazione con brioches al bachalao.
Ieri, decollando da Linate, il 319 è salito inclinandosi verso destra per poi agganciare la rotta che l’avrebbe portato sulla verticale di Barcellona: l’ala, il sole che sorge e un filino di nebbia nel mattino milanese ….
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codadipaglia, caro amico di Bachalao!!!
anch’io nei nella mia recente vacanza lisbonese ho seguito i tuoi stessi principi alimentari, il palato ne ha gioito!!!
si, fantastico … solo che ‘sti ragazzi veramente mettono l’aglio ovunque, che Vasco de Gama li purghi!
Aglio? Qualcuno ha detto aglio?
Come Aspide ti potrà confermare, il portoghese è una versione bastarda del genovese. Basta fare un grammelot di Lauzi, Paoli e il Gabibbo e passi per un indigeno.