Volo poco con la (ingiustamente) blasonata compagnia aerea di Dubai e, ogni volta che lo faccio, mi rendo conto sia una volta di troppo.

Stamani ho passato il controllo di sicurazza davanti al gate 236, per scoprire che il mio volo partiva dalla 122 e mi si costringe ad attraversare 2 kilometri di duty-free e pellegrini diretti alla Mecca per raggiungere la mia area di imbarco.

Incontro fanciulle russe con segni di ustione da sole che esibiranno nell’inverno moscovita come tangibili moniti di benessere, scrocconi italiani che tentano di imbucarsi nelle lounges millantando saluto e conoscenza con un enorme somalo appena passato, compassati francesi presi da sindrome d’acquisto compulsivo e altre secchiate di varia umanitá.

Un ragazzo eritreo mi si affianca sulla scala mobile e mi guarda con la stessa apprensione di chi si trova un elefante come compagno di scalino. Estrae un indice a serramanico e ravana felice nella narice destra fino ad estrarre, ecce homo, una caccola di generose dimensioni.

Se ti avvicini con quel dito ti faccio esplodere il naso con un cazzotto. Sai poi il bello di scaccolarsi solo con un filo interdentale“: il mio tono non lascia repliche, anche se dubito abbia colto le sfumature linguistiche dell’inglese col quale mi sono espresso.

Entro nella lounge e tento di bermi un tea dopo che ho assistito ad un poderoso starnuto sopra i succhi di frutta: qui il morbo del legionario impazza, altro che i filtri dell’aria condizionata degli alberghi!

Una signora dal forte accento americano si avvicina: è raggrinzita come un corn-flake della Kellogs ai frutti rossi. “Is it you, Antony?“. “No, ma’am, I’m not“.

But do you know him? Dovevo incontrarlo qui in aeroporto“. “Signora, qui passano circa 32 milioni di passeggeri al trimestre, difficile conoscersi di persona. Fosse Jennifer Lopez almeno la riconoscei da come balla“. L’ironia non è colta e abbandono la nonnetta nella sua ricerca.

Salgo a bordo, in un trionfo di sedili in pelle e mogano, dove i generosi braccioli sacrificano la seduta (il culo non mi ci sta): c’è il solito angolino killer che minaccia nuovamente di squarciarmi le braghe (vedi “in mutande in volo” a questo link sull’argomento).

Stiamo in aria per 35 minuti e, prima che il pilota decida di fracassare le ruote sulla pista con un atterraggio la cui delicatezza mi ha fatto perdere tutte le otturazioni, scatto questa foto. Si vede la catena dell’Hajar e la piana di Sohar … questo è Oman, gran bel paese …

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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