Stamani devo chiudere la valigia minimalista (hand luggage) con la quale sono in viaggio questa settimana: giacca, pantaloni, camicie, scarpe e sneakers, camicie, boxers, pedalini, insomma tutto il kit di sopravvivenza per il road warrior.

Vi ho già detto che attraverso fasi cicliche nella logica del bagaglio: normalmente il bagaglio minimalista mi supporta anche fino a 4 settimane di rimbalzi aeroportuali (facendo felici tutte le lavanderie degli alberghi delle quali sono cliente imperituro), fino a quando non decido di concedermi anche il lusso di qualche “optional” tipo 2 polo in più.

A questo punto passo alla valigia da spedire che, visto lo spazio, viene  riempita di optionals: perché non portarmi anche 2 cardiofrequenzimetri e 2 scarpe da running (ovvio che poi corro 4 maratone a settimana, no?), 2 paia di jeans (che non userò mai visto che non ho praticamente free time), un piumino da spedizione artica (si, certo, vado a Bangkok ma si sa mai che poi mi chiami Amunsen per un meeting al Polo, ovvio).

Insomma, arrivo ad articolare un bagaglio di generose dimensioni che affido alle amorevoli cure della compagnia aerea, fido e fiducioso che me lo restituiscano all’arrivo dopo averlo dolcemente cullato nella pancia gestatrice (stiva) dei loro aerei.

E, visto che imbarco il bagaglio, perché non approfittarne ed eliminare peso dallo zaino? Cose superflue durante il volo (anche se lungo) come l’alimentatore per il computer, adattatori, libri: tutto nel bagaglio che vola separato da me, almeno sono leggero come se dovessi imolarmi sulla salita del Ghisallo.

In quel preciso si compie il dramma: saluto la mia valigia a Milano e, mentre io atterro a Chicago, lei sta visitando il mercato galleggiante di HongKong. Mentre io tento di passare l’immigration ad Almaty, lei prende il sole su una spiaggia di Rio.

Mentre io vivo con quello che ho addosso, più un pigiama della compagnia aerea e 2 acquisti disordinati (ovvio che in questi casi la camicia dell’unica misura che ti vada bene è verde elettrico a strisce rosa pastello e l’unico boxer che trovi reca la scritta “termo-ejaculazione nucleare), la mia valigia tenta pateticamente di inseguirmi, fino a raggiungermi, qualche giorno dopo che tutto è finito, a casa.

Torno al minimalismo, e questo ciclo poi si ripeterà con accanimento alla Gian Battista Vico, piú avanti nell’epoca storica.

Stamani ho trovato una soluzione geniale per asciugare il pennello da barba invece che inserirlo (umido) nella valigia (minimalista): come un pirla mi son messo a dargli una passata di asciugacapelli. Il risultato è stato poco incoraggiante (sembrava J-Lo in un’acconciatura da MTV Awards) e son dovuto ricorrere al pettine per ridargli una sembianza professionale (vedi foto sotto).

Qui non si pettinano le bambole. Si pettinano i pennelli da barba. Attimi per il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, o “ricovero coatto” nel mio caso).


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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