Fantastico, arrivo al King Khaled Airport in un taxi che puzza di brodo d’aglio (ma ve ne parlo dopo), subisco la solita trafila di immigration e “controllo di sicurezza” (volutamente tra apici, per la serie “vogliamo ridere e prenderci per il culo?“) per scoprire che il mio volo ha un ritardo di quasi 4 ore.

Ci ho messo oltre 7 minuti per articolare una completa imprecazione che offrisse il mio pensiero riflessivo all’umanità.

Al termine della mia sequela di jaculatorie si è avvicinato un tipo che, credendo stessi pregando con qualche sconosciuta sura, mi ha cordialmente detto che la direzione della Mecca era leggermente spostata verso sinistra e che non aveva mai visto una persona pregare a braccia aperte con tale fervore mistico, “quasi fossi arrabbiato con dio“.

Mi armo di pazienza e di “Venti Iced Latti” da Starbucks, estraggo il laptop e martello sulla tastiera, novello monaco benedettino che, con cura, cesella le miniature delle proprie mail. Roba che, al confronto, Il Nome Della Rosa di Umberto Eco è una cosa da Novella2000.

Dunque, il taxi: so che vi siete rotti di sentirmi descrivere le mie articolate interazioni con la popolazione che guida i mezzi di trasporto che muovono il mio fondo schiena ma, temo anche stavolta, devo condividere questa esperienza relazionale.

Quando mi son lanciato su Olaya St. oggi, al piccolo trotto con trolley (minimalista, vedi post di ieri) al seguito, son stato raccattato da Hani, Yemenita trasferito a Riyadh da oltre 7 anni.

Padre di due figli piccoli (che abitano nel suo villaggio nel nord del paese), mi stupisce per l’insolita attenzione e prudenza che ha nel guidare: mantiene le distanze di sicurezza, si accorge degli eventi in anticipo e li controlla, usa tutti gli specchietti e sceglie con intelligenza il percorso e non la “traiettoria” come i suoi colleghi in quasi tutto il Meddle East & North Africa.

Prossima vita dovrò fare lo psicoanalista, perchè la gente con me si mette veramente a parlare: chiacchieriamo in un crogiuolo di inglese, arabo e ostrogoto fino a quando noto l’adesivo sullo specchietto laterale (vedi foto). Faccio lo spiritoso e gli chiedo se ci sia scritto “I LOVE KSA“.

Alza la mano a pugno, lasciando fuori indice e anulare (la posa della “benedizione papale” tanto per intenderci), mi dice “lâ ilâha …. ” e non lasciando che finisca la frase, aggiungo, quasi all’unisono ” ..illâ allâh”. La classica frase, pilastro della professione di fede islamica, che asserisce “Non vi è altro Dio che Allah“, normalmente conclusa da “e Maometto è il suo profeta“.

Ho abitato per 12 mesi accanto ad una moschea a Dubai, ma devo dire che la frase me la ricordo piú per un brano spettacolare di Everlast, accompagnato dalla chitarra di Carlos Santana “Put Your Lights On“: (vedi qui il video)

Hey, now, all you, sinners, put your lights on, put your lights on
Hey now, all your lovers, put your lights on, put your lights on …

che si conclude appunto (dopo la grande voce da “cornicione da suicidio” di Everlast e gli arpeggi unici di Carlos sulla sua Gibson Les Paul), con la professione di fede, essendo entrambi mussulmani.

Evito di condividere con il buon tassista Hani che il ricordo è più musicale che non filosofico, ma incasso il suo stupore che lo porta a dire “You speak a very good arabic“. Misteri della fede ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “4 ore di ritardo

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