La proposta di Gigi è arrivata intorno alle 14: “Ma come, non vieni con me e Osama a mangiare qualcosa?“, e falsamente ha aggiunto “Un’insalata magari“. E io mi son lasciato tentare: un break, dopo avre lavorato da quando sono atterrato stamane, si imponeva.

Saliamo in auto con Osama e si comincia uno slalom nelle vie secondarie di Riyadh in direzione sud: riserbo totale sulla destinazione.

Finalmente si parcheggia davanti a un interessante cartello che diceva “Vietato il Parcheggio, specialemnte agli inquilini di questo stabile“. L’interpretazione logica data all’avviso è stata quella che, non essendo nessuno di noi tre inquilino dello stabile, potevamo sentirci meno vincolati dal divieto e quindi, senza fare manco una piega ci siamo avviati verso il locale dove il buon Osama ci ha voluto far mangiare.

Qui abbiamo fatto un salto spazio-temporale dove però qualcosa è andato storto nel processo di smaterializzazione e ricomposizione della realtà: arredo, colori, pubblicità, cibi, bevande, tutti ci ha riportato ad American Graffiti o alla serie Happy Days. I tipici divanetti rossi, i tavoli cromati, la pubblicità dei milk shakes e della fountain Coca-Cola: mancava solo il juke-box e Fonzies che pronunciava un impagabile “Hey“?

No, a rendere il tutto un po’ inverosibile era il fatto che solo io e Gigi eravamo in abiti “occidentali” mentre tutti gli avventori indossavano la tradizionale tunica araba con regolare copricapo. Un po’ come vedere Tarzan con bombetta, tight e ombrello, Charlie Chapling con un costume da Uomo Ragno o Calderoli che dice qualcosa di sensato: insomma, siamo entrati in un pieno paradosso spazio-culturale.

Per nulla scoraggiati, si recupera l’ardimento e arrivano cameriere e menù. Il cameriere (filippino, vedi un altro post sull’argomento a questo link) tentava di impersionare con poco successo le frizzanti cameriere dei “diners“: non commento perchè sono un signore e il post è in fascia protetta.

Osama ci suggerisce l’hamburger “Huston“: trita scelta, cheese e una pesante dose di Jalapeño, il buon peperoncino (verde) originario del centro-america. In rispetto alla via vocazione dietista salto l’antipasto salutista dove si propongono fried onion rings, fried chips e altre pietanze simili, mentre Gigi con tranquillità ordina un piatto di fagioli.

Il cameriere ci disegna nei piatti delle faccine sorridenti con il ketchup: sono troppo stanco per reagire, ma temo l’inevitabile. Arriva un piatto di patatine fritte che (confesso) assaggio, puciandole nella mia faccina di ketchup, mentre Gigi si finisce un piatto di fagioli messicani con tanto di griglia di formaggio fuso sopra (non vorrei essere nel suo cesso domattina).

L’hamburger era eccellente, con quel giusto grado di piccanza che ti ritrovi con le stesse labbra a canotto di Alba Parietti.

La foto di oggi? Aprile 2007, sono con Cami a New York: dopo un giorno di neve esce il sole …


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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