Quando la sveglia di ieri mattina ha ululato, rompendo il mio torpore catalettico alle 2:30 del mattino, stavo sognando al quadrato. Stavo sognando di sognare, e il risveglio è stato esponenzialmente più duro.

Felice come un pellicano che sguazza dentro una chiazza di petrolio, ho imbardato il trolley e, dopo un checkout quasi indolore, sono arrivato all’aeroporto King Fahled del quale, avevdovi abbondantemente descritto il disagio, taccio per misericordia.

Basti solo citare, come sempre, le inesistenti procedure di sicurezza per cui, volendo o gradendo, riesci a portare a bordo non un arma, ma l’intero arsenale che la frantumazione dell’URSS ha lasciato nei paesi satelliti. Forse vi fermerebbero solo perchè un elicottero d’assalto Antonov 451 passa male sotto le arcate dei pilastri, ma solo per quel motivo.

Il volo della Qatar mi ha appoggiato a Doha alle 5 di mattina, facendomi avvolgere da un nebbionaccio umido che si tagliava con un’affettatrice Berkel. Quando sono apparso in albergo mezz’ora dopo ho dovuto scansare un branco di tonni al semaforo: vista l’umidità che aveva fatto fattor comune con le acque del golfo, se la spassavano negli incroci di West Bay cercando cibo tra i grattacieli in costruzione.

La sarcastica leggenda che fa di Doha la città più eccitante dell’univarso deve essere sfatata: trovo comunque un fervore economico e culturale interessante che cresce ad ogni visita che faccio qui. Fantastico il Museum of Islamic Art che ho visitato già un paio di volte ma che stavolta non entra in una agenda collassata delle 48 ore scarse di permanenza.

La giornata è poi trascorsa nella normalità di una agenda densa come il berillio (che è un elemento e non un organo sessuale): unico svago mondano è stato una cena al The Spice Market del W Hotel, dove, dopo delle seared scalops e un trancio di branzino che si ciondolava in una jacuzzi di salsa alla carota, mi son messo a riflettere sulla caducità della mia dieta quando sono in viaggio.

In serata sono arrivato a citare sarcasticamente, come sfoggio culturale da rivista scandalistica,  “Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla …. “: la vita moralistica e ascetica del buon Leo (alla storia , Лев Никола́евич Толсто́й, Lev Nikolayevich Tolstoy) proprio non mi si calza addosso come un pedalino, ma devo piantarla di viaggiare come un bussolotto.

Oggi vado a pranzo con il mitico Hassan (vedi qui un racconto precedente): anche non ho dubbi su quale sarà l’argomento della piacevole conversazione, è sempre un piacere incontrarlo.

L’immagine di oggi? The Pearl, l’isola artificiale (residenziale e business) che il Qatar sta costruendo difronte a Doha West Bay, vista dal balcone della mia stanza ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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