Oggi pomeriggio ho lavorato da casa, passando, senza soluzione di continuità, da una conference call all’altra, tanto che ormai le cuffiette sono diventate un’appendice naturale, inglobandosi nell’orecchio e la mia elica di DNA compone autonomamente i numeri telefonici, attingendo alla rubrica genetica.

La cosa che meno tollero (tra milioni di altre che tollero a fatica, pronto per il Nobel all’Insofferenza) è sta minchiata di presentarsi facendo interminabili giri di tavolo (virtuale) per dire “Hi everyone, this is Mau and I’m a fucking bastard, but you already know that“.

Cazzo, ci sentiamo da anni, lavoriamo da anni assieme, non è che la presenza di una nuova persona ci debba costringere tutti a ripercorrere i dati salienti della nostra vita dalla pubertà in poi e dettagliare il nostro lavoro come se fossimo agenti della Stasi.

Oggi sono andato in controtendenza: “Fermi tutti: faccio io un sommario di quel che ciascuno di noi fa e poi vi dico che combina quello nuovo, un minuto scarso e ce la caviamo per tutti i 9 pertecipanti“. Scarsa democrazia ma alta efficienza.

Shock anafilattico generale: tutti pensavano di cavarsela per i primi 15 minuti con la solita solfa di “sono x, lavoro con y, mi occupo di z, il mio senso nella vita è w, la mia aspirazione per la giornata è h, e l’unlima volta che ho defecato erano le hh:mm” e invece siamo entrati subito sul sodo di che dovevamo condividere (tutti) e decidere (io, viva il centralismo democratico).

Non ho permesso ai diesel di scaldarsi e i primi interventi si impappinavano nel balbettio, e vi posso garantire che quando un indiano del Kerala, con fortissimo accento hurdu, si impappina e balbetta è come prendere un dizionario di lingua inglese, frullarlo in uno di quei maga-robot da cucina, passarlo nell’impastatrice, lasciarlo lievitare 2 ore per poi infornarlo a 180 gradi per 45 minuti. Non si capiva uno stracazzo di nulla.

Dopo aver passato tutta la giornata così, mi son fatto venire anche la brillante idea di aspettare che si ri-sveglino gli australiani con cui ero al telefono alle 4:45am di stamani per passargli una fregatura su cui potranno lavorare mentre io russerò il sonno dei facoceri. Quindi prima parte della notte sarà al telefono.

Day and night. On the phone.

Foto? quelle scattate la sera a Trastevere un paio di mesi fa ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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