Vi ho già raccontato (vedi qui) che la foto di Hubert Van Es, scattata nell’Aprile del 1975 mentre un elicottero sul tetto evacua il personale della CIA e alcuni civili Vietnamiti, rappresenta per me un’icona: è l’immagine che da sola racconta come sia finita una guerra.

Mi son messo a fare qualche ricerca: la prima cosa che ho trovato è che non si trattava dell’Ambasciata Americana ma del numero 22 di Gia Long Street, all’epoca sede della United States Agency for International Development (la CIA) e l’ultimo piano era l’alloggio riservato al vice capo della stazione di Saigon. Lo stabile dopo la guerra è stato riconvertito ad abitazione privata e ne è vietato l’accesso.

La strata è stata rinominata, dedicandola ad un ragazzo morto durante la Guerra di Indocina contro i Francesi: adesso si chiama 22 Lý Tự Trọng Street. Ci sono arrivato davanti abbastanza facilmente, ma dalla strada è impossibile vedere il tetto. Il palazzo di fronte ha, sulla sinistra, una shopping mall. Ho tentato di salire ma i negozi si fermano al primo piano, mentre la “CIA House” come la chiamano qui, ha 6 piani.

Pochi metri più avanti c’è l’ingresso del palazzo uffici: entro, la sicurezza mi ferma ma riesco a vedere che tra le aziende cha hanno sede c’è la Fuji. “Fuji, my camera broken, printer, photocopy, Fuji Film“: mi rispondono “Quarto Piano” senza chiedermi altro.

Entro in ascensore e schiaccio il 6. Al piano esco e vedo che gli interni sono ancora quasi in costruzione: mi ferma un altro addetto alla sicurezza. “Fuji?“, mi fa segno 4 con la mano e porta la radiolina alla bocca, comunicando qualcosa di sotto.

Fuji camera no photo la mamma ti allattava al seno i coefficienti dell’integrale multiplo e foto broken Fuij” gli dico, mirando alla totale confusione linguistica mentre mi avvicino alle finestre gesticolando e sorridendo.

Lo vedo, è il tetto fotografato da Hubert: alzo la macchina intuendo solo l’inquadratura, ho un fantastico 35mm, chiuso a f11, avevo preinpostato l’iperfocale per avere nitidezza da 2 metri all’infinito, il selettore dei tempi è su “AUTO”. Scatto.

Mi urla “No foto” e io gli rispondo tutto feliceFiji 4 floor? Good, with me, Fuji“. Mi mette nell’ascensore e, conversando nella radiolina mi sbarca al 4 piano, dinnanzi ad una vetrina di fotocopiatrici e stampanti laser. Io lo guardo, guardo la mia macchina fotografica e gli rispondo, in italiano “Vah che pirla che sono, manco mi son accorto che questa non è una Fuji, ma una Leica: pensa te che sbadato che sono, adesso vado a farmi una Saigon Beer per celebrare che son tutto orgoglioso della cazzata che sto facendo

Esco, salutando e ringraziando con “Baci alla mamma“.

Ecco l’immagine: lo so, quella di Hubert è tutt’altra cosa, il luogo si vede solo nell’angolo alto a sinistra e avrei potuto fare di meglio, ma andateci voi adesso a raccontare la storia della Fuji, che (dopo il mio passaggio) scommettiamo vi pigliano a calci nel culo se va bene e se va male vi trovate la polizia?

CIA

Vi aggiungo la storia della foto originale, raccontata da Hubert:

Around 2:30 in the afternoon, while I was working in the darkroom, I suddenly heard Bert Okuley shout, “Van Es, get out here, there’s a chopper on that roof!” I grabbed my camera and the longest lens left in the office – it was only 300 millimeters, but it would have to do – and dashed to the balcony.

Looking at the Pittman Apartments, I could see 20 or 30 people on the roof, climbing the ladder to an Air America Huey helicopter. At the top of the ladder stood an American in civilian clothes, pulling people up and shoving them inside. Of course, there was no possibility that all the people on the roof could get into the helicopter, and it took off with 12 or 14 on board. (The recommended maximum for that model was eight.).

Those left on the roof waited for hours, hoping for more helicopters to arrive. To no avail. The enemy was closing in. I remember looking up to the sky and giving a short prayer. After shooting about 10 frames, I went back to the darkroom to process the film and get a print ready for the regular 5 p.m. transmission to Tokyo from Saigon’s telegraph office

CIA2

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

2 Comment on “La storia per fotografare la storia

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