Gran modo di passare una serata eccitante a Sydney quello di starsene al telefono fino alle 21 e poi aspettare un’altra  conference-call dalle 23 a mezzanotte. Visto che mi cadeva la palpebra, oltre agli attributi, sono sceso al primo piano dell’albergo dove dormo: c’è un casinò di proporzioni bibliche.

The Star” ha le dimensioni di forse 10 campi di calcio riuniti e infarciti di tavoli da poker, baccarat, chemin-de-fer, roulettes, dame chinesi, slot machines, bingo, e chi più ne ha ne metta. Fa veramente impressione. Vagando per lo spazio (io non ho nessuna pulsione né interesse verso il gioco d’azzardo in nessuna sua forma) ho notato i segni della dipendenza feroce, oltre ai look più tecnici.

Giocatori di poker con felpa e cappuccio tirato su, occhiali neri e cuffie ultra-tecno per isolarsi e concentrarsi totalmente, altri che vengono massaggiati sul posto o nutriti da un branco di assistenti che sarebbero anche disponibili ad aiutarli/e con un pappagallo pur che non interrompano di giocare (e di perdere).

Grappoli di asiatici che si accalcano imprecando sopra una versione elettronica del domino, sia a numeri sia a chinese-tiles, anziane signore in sovrappeso (e se lo dico io) che siedono dinnanzi ai tavoli dei dadi (dove uno sbuffo li lancia in aria, in un cilindro di plexiglas) annotando scrupolosamente nel loro quadernetto i risultati, uomini chiaramente in crisi che tentano un rapporto fisico (non sessuale) con il tavolo da gioco, come se spingere, alzare, picchiare potesse influenzare l’algoritmo che guida l’alternanza di vincite (poche) e perdite (molte).

Mi è venuta in mente una canzone, resa immortale nell’interpretazione di The Animals nel 1996, “The House of The Raising Sun“. Lo so che la canzone si riferisce ad un bordello, e a New Orleans differenti versioni accreditano tre posti con l’onore di aver dato l’ispirazione alla ballata tradizionale che si ascolta sin dalla fine del 1800  (la prima versione registrata è del 1934), ma forse è il duplice significato in italiano casíno/casinò, forse la strofa dove il riferimento è al padre giocatore d’azzardo, mi son ritrovato a canticchiarla (stonando, ovvio).

There is a house in New Orleans They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy And God I know I’m one
My mother was a tailor She sewed my new blue jeans
My father was a gamblin’ man Down in New Orleans
Now the only thing a gambler needs Is a suitcase and trunk
And the only time he’s satisfied Is when he’s on a drunk
Oh mother tell your children Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery In the House of the Rising Sun
Well, I got one foot on the platform The other foot on the train
I’m goin’ back to New Orleans To wear that ball and chain
Well, there is a house in New Orleans They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy And God I know I’m one

Se non la conoscete siete immediatamente scomunicati e costretti ad ascoltarla almeno 400 volte:

Comunque (che poi reggerebbe il congiuntivo, ma fatemi fare spregio della lingua italiana), ho girovagato per un po’ poi ho forzosamente estratto una banconota da $20 e, come per pagare lo spettacolo che mi ero visto, ho deciso di contribuire alle entrate del casino infilandola (la banconota, please) dentro la fessura di una slot machine da $1 al colpo.

Non ho dovuto scomodare né la statistica integrale e nemmeno qualche complesso calcolo delle probabilità per sapere che avrei perso: chiaramente una struttura come questa ha un costo di gestione astronomico e offre alla proprietà profitti siderali, il tutto pagato attraverso il gioco d’azzardo o, meglio, attraverso le perdite dei giocatori. Sapevo avrei perso, ma mi pareva giusto contribuire con i $20 ai costi che mi avevano permesso di “kill the hour” e distrarmi.

Alla quinta volta che premevo i pulsanti che si illuminavano, senza nemmeno capire bene a cosa rispondevo o davo consenso elettronico, una linea del visori ha cominciato a lampeggiare mostrando in linea quattro pentole d’oro su 5 disponibili. Il contatore “WIN” si è fermato a $412.

Ho clikkato su “collet cash” e mi è uscito uno scontrino che, consegnato al cassiere, mi è stato cambiato con 4 belle banconote verdi da $100 e resto. Sono andato a farmi un cappuccino celebrativo con un sorriso sornione, e poi al telefono fino all’una di mattina.

Foto di oggi? Lunch-break da Peter’s al Fish Market ….

oysterwithcarly

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

4 Comment on “Gambling House

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