Merito dell’acquazzone epocale di stanotte, la giornata si è presentata meno afosa, appiccicaticcia, asfittica e assudaticcia (lo so, è un neologismo, ma non mi veniva un quarto aggettivo che iniziasse con la “a”). Ho imbracciato la bici (che sarebbe poi “inforcato“, ma così rende meglio l’idea) e son partito, con buoni propositi, 20 euro nel caso mi venisse fame, e la macchina fotografica, per un classico giro cittadino, a lustrar i raggi nel sole del mattino.

La trentina di kilometri non sono certo stati una prestazione agonistica, ma mi hanno fornito materiale per il post di oggi (domani per voi) attraverso l’ispirazione del linguaggio gestuale, grazie a un episodio che mi è successo tra Via Ripamonti e Piazzale Corvetto.

Il contesto: malgrado avessi maglia arancione e scarpe che brillano di luce propria (vedi post di ieri), un automobilista buca in pieno uno STOP e mi taglia la strada costringendomi ad una frenata. Il racconto che segue è la quasi-fedele cronaca dei pochi minuti successivi, e ricorro al testo classico  Mau-Eruditus per offrirvi dotte spiegazioni sui linguaggi utilizzati in uno scambio di opinioni tra me e l’automobilista. Le note offrono una lettura in italiano corrente.

[Mau] Mano destra che abbandona il manubrio e, aprendo il palmo viene leggermente ruotata in senso orario, contemporaneamente la testa si piega in direzione opposta. Secondo il Mau-Eruditus il gesto indica sorpresa e sconforto verso un interlocutore che non comprende le nozioni di base del codice della strada: tipo l’aggiungere “Gentile signore, mi duole farle notare che non ha rispettato il segnale di arresto e, nel farlo, ha rischiato di arrecarmi danno: l invito a una maggiore cautela e attenzione” (1)

[Automobilista] Mano destra che, rivolta verso l’alto, chiude assieme tutte le dita,e, a seguire, il polso la fa dondolare con un movimento dall’alto verso il basso. Il gesto richiama l’attenzione dell’interlocutore, verificando l’informazione che si desidera ottenere. “Oh messere, non comprendo cosa lei stia cercando”, o anche “Gentiluomo, lei sta forse decidendo quale pene le aggradi?” (2) A questo viene fatto seguire un secondo gesto, ponendo sempre la mando destra a taglio con tutte le dita estese e muovendo sincopaticamente il polso dal basso in alto, come se si stesse spolverando le spalle. La lettura della comunicazione non verbale indica il desiderio di fornire informazioni augurali “Vada prego verso l’abitato di Waf’fun Koolou” (3)

L’automobilista prosegue la corsa, invadendo la mia corsia. Evidentemente contrariato dalla recente scoperta che tutta la sua famiglia fornica con camionisti Turchi, continua a gesticolare. Al semaforo mi affianco e lo guardo. Mi dice “le bici devono dare la precedenza alle auto, non lo sai?“, e poi aggiunge un appellativo, traslitterazione volgare di “testicolo“. Consumo in silenzio la sorpresa che ci siano in giro degli individui simili: come ho già detto, da anni pratico una quasi totale non-violenza e l’essere coinvolto in una discussione a difesa del diritto di pedalare mi sembra inutile.

Scatta il verde, io parto e l’auto mi stringe in modo quasi criminale. 300 metri dopo c’è un altro semaforo: affianco e supero l’auto, appoggio la bici al palo, e, nella fretta di comprendere perché tanto astio nei miei confronti, distrattamente mi rimane in mano il lucchetto.

Ho visto i suoi occhi: ha osservato un energumeno pelato di oltre 120 kili venirgli incontro, con in mano un GROSSO lucchetto. Penso non abbia creduto alle mie intenzioni più che pacifiche: ha scartato a destra e, passando col rosso, si è allontanato. Che gente ….

Foto di oggi: un paio di ritratti alla mia bici, la Black Honey, e uno scenario urbano-periferico che mi fa venire un filo di nostalgia del Porto di Genova …

NOTE: (1) Ma cazzo, hai lo STOP! (2) “Oh? Cazzo vuoi?” (3) “Ma vaffan’ …

black honey 1 black honey 2 black honey


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

3 Comment on “I raggi nel sole

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